Illuminante questo “Riprendiamoci il cibo: inchiesta e proposte per un’alimentazione responsabile“, edito da Ecra. Lo ha scritto Piero Riccardi, inviato storico di Report, che nel corso del tempo ha firmato inchieste dai titoli eloquenti: “Buon appetito”, “Il pranzo è servito”, “Carne”, “A tutto biogas”, “Corsa alla terra”, “Il brevetto insostenibile”, “Biofurbi”. Strada facendo ha avuto così modo di conoscere contadini, agricoltori, economisti, agronomi e scienziati da tutto il mondo “globalizzato”. L’autore stesso è molto legato alla terra: ha scelto di vivere in campagna, alle porte di Roma .

“Attorno al cibo si gioca una partita decisiva per salvare il pianeta, ma noi occidentali sembriamo non rendercene conto, intenti come siamo a desiderare e servire sulle nostre tavole, in ogni stagione, uva e pomodorini pagati a caro prezzo. Importare un chilo di asparagi dal Perù o un chilo di ciliegie dall’Argentina che viaggiano in aereo per arrivare nel nostro piatto, significa lasciare nell’atmosfera 6 chili e mezzo di anidride carbonica emessa dai carburanti fossili. Paghiamo circa 8 euro al chilo le carote grattugiate contenute in una vaschetta di plastica, mentre a chi le produce costano solo 7 centesimi – scrive Riccardi -. A questo prezzo esorbitante si deve aggiungere anche il pedaggio che si paga alla natura con il massiccio uso della chimica, con l’inquinamento di aria, terra, acqua. Tutto questo per avere prodotti sempre sulle nostre tavole, ma anche sempre più cari, più scadenti dal punto di vista nutritivo e del sapore… A mio padre devo il senso del cibo e delle cotture, a saper trarne godimento, ma anche benessere perché l’alimentazione deve essere nutrimento e salute”.

L’inchiesta scritta di Riccardi muove dalla domanda: cosa può fare concretamente l’agricoltura per invertire la rotta e salvare il pianeta? Dati (e inchieste pregresse) agghiaccianti alla mano, il giornalista di Report sostiene che non si può più scindere l’agricoltura dal suo prodotto, il cibo, così come quest’ultimo viene commercializzato e distribuito dalla G.D.O (la “grande distribuzione organizzata”). Bisogna cambiare spartito. E subito. Le parole chiave di una rinascita dal basso sono: mercati locali, cibi e ristoranti a km 0, gruppi di acquisto solidale, agricoltura senza chimica sintetica, riscoperta delle biodiversità. Senza un rapido e radicale strappo di paradigma, la nostra salute e quella dell’intero pianeta hanno le ore contate. Non è più tempo di fare gli struzzi. “I cambiamenti climatici e ambientali che abbiamo innescato sono stati brutali e difficilmente ci risparmieranno. Per la terra sarà un piccolo blip irrilevante, ma non credo che noi li passeremo indenni: tanto più dato che l’opinione pubblica e la politica preferiscono ignorare i pericoli che stiamo correndo e mettere la testa sotto la sabbia”.

La nostra agricoltura è piena di paradossi. “Il pellet, la segatura di legno, vale più del mais, che è un cibo… Prendiamo le uova. Un chilo di uova viene pagato dalla G.D.O. un euro. I guadagni per gli agricoltori sono inesistenti”, e allora ci si ingegna nei modi più bislacchi e insensati per sopravvivere: per esempio, con la “pirogassificazione del letame di gallina“, che pure “ha costi tre volte superiori a quella venduta sul mercato elettrico”. Tolte poi le spese di produzione e per “sementi, fertilizzanti, pesticidi, gasolio, macchinari, terreni, spesso il guadagno per il contadino è dato solamente dai contributi e sussidi pubblici”. O da una nuova mezzadria. Quella che mettiamo a tavola ormai è una merce come un’altra, di proprietà di opache e titaniche corporazioni. Anche i semi e le piante sono brevettate. “Grano, riso, mais ma ormai anche olio, latte, pomodori da conserva o semplicemente una coscia di maiale, sono prodotti indifferenziati, sono una commodity come petrolio, ferro, gas” scrive Piero Riccardi. “Produrre latte, carne, uova o biodiesel come se fossero intercambiabili”. No, non si può più andare avanti in questa maniera: “L’agricoltura, il prodotto agricolo deve essere pagato il giusto. Tutti noi dobbiamo sapere e vedere come è prodotto il nostro cibo. In questo senso, siamo tutti contadini. Il cibo e l’agricoltura ci riguardano tutti, da quando nasciamo, ogni giorno. E dunque occorre riconnettere la città alla campagna, alla sua campagna, quella che la circonda. E dico anche riprendiamoci il cibo, nel senso che occorre riavvicinare agricoltori e consumatori”. Perché “il ritorno alla terra guarda al futuro, non al passato”.