“Ci siamo detti di no. Chi ha seminato morte vorrebbe cambiare le nostre vite e questa è la nostra risposta. Non rinunceremo ai nostri valori e lo facciamo anche attraverso il cinema, attraverso questo festival”. Mai così diretto, mai così al centro della platea, il sindaco Piero Fassino ha voluto in prima persona salutare la platea che inaugurava il 33mo Torino Film Festival ieri sera nell’Auditorium al Lingotto. Alle sue spalle campeggiava la bandiera francese tutto schermo e prima di lui un’orchestra di fiati aveva intonato la Marsigliese. Emozioni, standing ovation, applausi a Fassino come forse mai ne aveva ricevuti. Anche questo è “effetto Parigi“, proprio nella giornata – quella di ieri – in cui si celebrava la prima settimana dai sanguinosi attentati e mentre in Mali si iniziava ad elaborare nuovi morti.

Così ha aperto la 33ma volta di uno dei cine-festival più amati d’Italia e non solo, per la seconda volta diretto “ufficialmente” da Emanuela Martini dopo svariati anni di direzione in “backstage”. Piero Fassino ha citato Rabin per pronunciare i valori trasmessi dalla Rivoluzione Francese prima di esprimere la dovuta vicinanza dei torinesi alle famiglie francesi, a quella di Valeria Solesin, alle istituzioni transalpine. “La Francia che amiamo passa anche attraverso il cinema donne e uomini di arte come Clair, Truffaut, Godard, Resnais, Chabrol, Deneuve, Signoret che ci hanno insegnato a vivere ed emozionarci nella nostra quotidianità. Il mio collega sindaco di Parigi ha detto che stanno soffrendo ma che la città è in piedi”. Il cinema, anche immenso, al Torino Film Festival è garantito da anni, e l’edizione in corso non sembra fare eccezione almeno sulla carta e dai primi film visti. Lo ha ricordato bene Martini accompagnata dalla madrina Chiara Francini che ha enunciato i “numeri” di Torino 2015 dedicato a Orson Welles nel suo centenario dalla nascita: “In 9 giorni vedrete 158 lungometraggi in 206 proiezioni di 50 anteprime mondiali: insomma come fosse un film lungo un mese”.

Tra questi il titolo prescelto ad aprire le danze è stato il britannico Suffragette della regista Sarah Gavron (presente ieri sera al gala torinese) con un ispirato cast tutto al femminile guidato da . Un film scritto con grande rigore che rappresenta il primo lavoro in assoluto per il cinema sul movimento fondato da Emmeline Pankhurst. Ambientato nella Londra del 1912, si concentra sul punto di vista di un’umile lavandaia che si trova suo malgrado coinvolta nelle azioni di sabotaggio delle suffragette. Rimasta affascinata, ne diventa tra le principali attiviste nonostante le sofferenze nella vita privata: il marito la caccia di casa e impedisce di incontrare il figlioletto. Trascorre del tempo in prigione tra scioperi della fame e solitudini infinite. Accanto all’ovvia importanza di questo dramma sociale, il suo valore risiede nella capacità di evidenziare senza enfasi le strazianti sofferenze delle suffragette inglesi, per lo più appartenenti della working class, che spesso dovettero combattere una doppia battaglia per affermare i propri diritti civili e – va detto – umani. Nel cast anche Helena Bonham Carter, Brendan Gleeson e la magnifica Meryl Streep in un cameo nei panni della Pankhurst.

Nel segno della “resistenza” a 360 gradi, le prime due giornate del TFF hanno offerto anche un documentario di indubbio valore sull’occupazione della frontiera italo-francese presso Ventimiglia da parte di alcuni migranti avvenuta lo scorso giugno (Show All This To The World per la regia di Andrea Deaglio) e God Bless The Child, un film (in concorso) americano sulla resistenza “privata” di una famiglia composta solo da un’adolescente e i suoi 4 fratellini a mantenersi nella povertà e marginalità di un’America che non perdona. Divertente, commuovente e interessante è anche stata la visione del primo dei quattro titoli italiani del concorso ufficiale: Mia madre fa l’attrice di Mario Balsamo, alla sua seconda partecipazione a Torino dopo Noi non siamo come James Bond (2013) in cui vinse il premio speciale della giuria. Un’opera autobiografica narrata sul tratto sottile tra finzione e realtà che racconta del rapporto tra il regista e sua madre – l’85 enne Silvana Stefanini – attrice cinematografica in gioventù. Con ironia, grazia e intelligenza, l’analisi intima e privata di Balsamo si apre all’eterna questione del rapporto madre-figlio maschio, in particolare in un Belpaese che non ha mai nascosto la propria indole “mammona”.