Nei momenti di difficoltà anche le persone più razionali, illuministe, tendono ad affidarsi ai miracoli. Figuriamoci i discografici, che non sono né particolarmente razionali né, decisamente, illuminati o illuministi. Per questo tutti, ma proprio tutti quelli che si occupano di musica stanno guardando all’uscita di 25, terzo album della cantautrice Adele nei (pochi) negozi oggi, con la stessa speranza con cui si guarda la statua di un santo. Riuscirà anche stavolta nel miracolo? Questa la domanda non detta. Perché 19 e 21, i due album precedenti di Adele, sono stati portatori di veri prodigi, come nessun altro. E Hello, primo singolo anticipatore di questo terzo lavoro della ventisettenne cantautrice inglese (la cifra del titolo indica l’età di quando Adele ha cominciato a lavorarci su, non la sua attuale età), è stato a sua volta un blockbuster, record di tutto quel che volete applicare alla parola singolo e record.
25 è quindi guardato da tutti con speranza, e anche con paura. Perché se il miracolo non avverrà, allora, toccherà davvero affidarsi ai santi, quelli veri.

Diciamolo subito, non sappiamo se 25 porterà a casa gli stessi numeri del precedente 21 (a occhio, visti i tempi, diremmo di no), ma sappiamo, dopo averlo ascoltato, che 25 è un capolavoro. Senza se e senza ma. Uno dirà: addirittura un capolavoro? E allora i Pink Floyd? E allora Bob Marley? E allora (aggiungete chi ritenete abbia fatto un capolavoro in ambito di musica rock, pop o quel che è)? Certo, 25 è un capolavoro pop contemporaneo. Il migliore disco possibile, sorretto da una voce che, oggi come oggi, nel pop, non ha eguali, supportato da un cast di autori e produttori da brivido, insomma, l’album che Adele poteva e doveva fare.

Altra domanda: ma c’è una nuova Someone like you? Risposta: sì. C’è, seppure lievemente diversa, perché nel mentre Adele è cresciuta, e perché Someone like you già c’è, era inutile farne un’altra uguale. Si chiama Remedy, arriva come quinta traccia ed è una vera bomba. Roba da piangere, esattamente come il brano che ricorda, come mood e intenzione. A scriverla, insieme a Adele che firma tutti i brani, e produrla Ryan Tedder, degli One Republic, un campione del pop. Voce, e che voce, e piano. Tanto basta. Altri due brani potrebbero seguire la scia di Remedy, come eredi della mega hit adeliana. Love in the dark, dove il dramma amoroso è presente, ma ribaltato, con lei nei panni di chi lascia e lui che rincorre, e All I ask, sempre voce e piano, ma dalla connotazione molto ma molto più black e soul. Stavolta la firma è quella di Bruno Mars, e per certi versi si sente.

Il resto, vi chiederete voi? Il resto è tutto a questi livelli, con un ulteriore picco, in quella che è il vero gioiello dell’album. Si parte con Hello, di cui si è già scritto e che con ogni probabilità, se vivete in questo pianeta, avete sentito. Si prosegue con Send my love (to your new lover), sul solito tema dell’abbandono. Un brano squisitamente pop che porta la firma anche di Max Martin e Shellback, spesso al fianco di Taylor Swift (e si sente). I miss you è il classico pop alla Adele, e lo si legga come una garanzia, mentre When We Were Young, già sentito dal vivo, è una ballatona pianistica che ben prelude a Remedy. Canzone, questa, scritta con il canadese Tobias Jesso Jr, da tenere d’occhio. Di Remedy si è detto. Water under the bridge è un pop ritmato, potente, dove Adele ben si muove, forse meno bene che altrove. Di River Lea parlerò a breve, poi ci sono le già citate Love in the dark e All I ask, nel mezzo Million year ago, brano esile, apparentemente, scritto con Greg Kurstin, come Water under the bridge.

Qui, oltre alla voce, la fa da padrona una chitarra acustica. Stop. Sono le due canzoni più deboli dell’album, quelle di Kurstin, e per deboli si intende, in tutti i casi, infinitamente migliori di buona parte di quello che si sente in giro. Chiude l’albunm Sweetest devotion. Brano strano, che si apre e chiude, si suppone, con la voce di Angelo, figlio della cantante. Un brano decisamente ritmato, pompato, chiusura inusuale per chi ha fatto del pathos e dei vuoti il suo cavallo di battaglia. River Lea, si diceva. È il brano scritto con Danger Mouse, che lo produce. Si sente la mano di Danger Mouse, ed è un bel sentire. Un sentire bellissimo. Tappeto di voci su cui arriva la voce calda e perentoria di Adele, col suo accento Cockney. Ritmi tribali, ancestrali, cori ancestrali, angelici e demoniaci al tempo stesso. Un gioiello dentro un forziere pieno di gioielli. Un gioiello più gioiello degli altri, però.

Ecco, 25 quindi, a suo modo, è un miracolo. Non sappiamo, non è dato saperlo, se salverà davvero tutto, come in molti si augurano, capre e cavoli, ma sicuramente è un disco bellissimo. La voce di Adele, il suo modo di scrivere, lascia ancora una volta il segno. Cicatrici, dentro e fuori. Ci sono almeno quattro o cinque brani, siamo pronti a scommetterci, che entreranno nel nostro patrimonio musicale. Dio salvi la Regina, Dio salvi Adele.