Musica ambient di sottofondo, scenografia essenziale in rigoroso bianco & nero, ai lati del palco appaiono e scompaiono sue celebri frasi come “Stay hungry, stay foolish” mentre al centro la sua immagine di profilo mentre pensa, crea: il genio al lavoro. Sembra un Apple Store ma è l’interno di un cinema. Per l’esattezza il Barberini, nel centro di Roma, pronto ad accogliere il regista inglese premio Oscar Danny Boyle e la sua ultima fatica dal programmatico titolo Steve Jobs. Il film, che uscirà in Italia il 21 gennaio, viene mostrato alla stampa con largo ed eccezionale anticipo proprio per la presenza di Boyle.

Fughiamo subito ogni dubbio, l’atteso film con Michael Fassbender nei panni del “padre” della Apple Inc. non è un biopic ed ancor meno un’agiografia. A differenza del mediocre Jobs (2013) con un Ashton Kutcher poco credibile in cui si ripercorre la vita del magnate informatico, la pellicola di Boyle ne rianima la controversa personalità attraverso tre backstage di altrettante presentazioni di nuovi prodotti. Si tratta del fatidico 1984 in cui lanciò sul mercato il Mackintosh, del 1988 con la nascita della società NeXT e del 1998 con il trionfale lancio dell’iMac. Nelle mezz’ore che precedono l’entrata di Jobs sui palcoscenici delle varie convention il film “indaga” la sua esistenza filtrata da dialoghi serrati con le persone a lui più strette: la preziosa e fedele collaboratrice Joanna Hoffman (Kate Winslet), l’ex socio Steve Wozniak (Seth Rogen), il CEO Apple dall’83 al ’93 John Sculley (Jeff Daniels) e soprattutto sua figlia Lisa, nata nel 1978 ma da lui riconosciuta come tale solo nel 1986. Ogni periodo è intervallato da flashback sulla vita di Steve in cui emergono le idiosincrasie esistenziali che ne hanno motivato i comportamenti contraddittori e la sua tendenza a farsi detestare da tutti.

Alla base del film c’è la sceneggiatura di Aaron Sorkin, premio Oscar per The Social Network nel 2011: il drammaturgo e scrittore americano ha scelto in prima persona di tripartire la struttura di Steve Jobs alla quale non si è opposta la regia di Danny Boyle che ne ha enfatizzato il registro teatrale. Di fatto il film assomiglia più a una piéce per il teatro che non a un prodotto cinematografico, se non fosse per gli inserti da videoclip durante i dialoghi e il montaggio “isterico” tra il presente e il passato in flashback. Dopo la lettura dello script, la famiglia Jobs nella figura dell’attuale vedova Laurene Powell Jobs si è opposta al progetto ma Sorkin ha comunque deciso di partorirlo con la potente Legendary Pictures. Non è difficile comprendere il disappunto degli eredi Jobs di fronte a un’opera che mette in evidenza il carattere monstre del fondatore della Apple e lo stesso Danny Boyle ammette di non provare per lui alcuna simpatia “Steve Jobs non è il mio eroe, ma nel bene o nel male ha forgiato il mondo in cui viviamo.

Io penso che si possa essere geniali e decenti allo stesso tempo, come gli viene suggerito dal suo ex amico e socio Wozniak nel 1998. L’essere asshole (stronzo, ndr) è un’opzione, non è una regola di vita per essere dei geni”. Apprezzato dalla critica americana alla presentazione al Telluride Film Festival lo scorso settembre, Steve Jobs è un’opera che non passa inosservata per il suo imponente impianto dialogico e per interpretazioni magistrali di tutto il cast, su cui spicca uno straordinario Michael Fassbender, protagonista in ogni scena delle 2h2’ del film. “Ho sempre voluto lavorare con Michael, lo trovo di una forza scenica e interpretativa incredibile” dice Boyle con l’aria di chi è soddisfatto del proprio film. Il regista britannico, di cui tutti ricordano il folgorante Trainspotting (1996), ha vinto l’Oscar alla regia nel 2009 per The Millionaire e per le Olimpiadi di Londra è stato l’autore dello spot che vedeva la Regina Elisabetta “recitare” con l’attuale James Bond Daniel Craig. Per questo è da molti additato come il prossimo regista della saga di 007 ma lui nega “No, non fa per me. Io voglio sentirmi libero e girando i film su James Bond non lo si è abbastanza..”.