Vincent Bolloré si prepara ad entrare nella plancia di comando di Telecom Italia. Dopo aver promesso ad agosto a Renzi che non avrebbe chiesto posti in cda, il finanziere bretone fa dietrofront: la sua Vivendi ha chiesto quattro posti nel consiglio di amministrazione della società guidata da Marco Patuano. Per evitare tensioni nel board dell’ex monopolista, però, Bolloré ha pensato bene di chiedere l’ampliamento del consiglio di Telecom Italia che passerà da 13 a 17 componenti. L’assemblea del prossimo 15 dicembre, chiamata ad approvare l’operazione di conversione delle azioni di risparmio in ordinarie, dovrà quindi anche decidere sull’allargamento del consiglio ed esprimersi sui quattro nomi già espressi da Bolloré: il direttore generale e il direttore finanziario di Vivendi, rispettivamente Arnaud de Puyfontaine, Stéphane Roussel e Hervé Philippe, oltre a Felicité Herzog, ex responsabile sviluppo del gigante del nucleare Areva.

Con quattro consiglieri di sua nomina, Bolloré potrà di certo tutelare al meglio gli interessi di Vivendi che potrà di certo contare anche su altri membri del consiglio di Telecom come l’amico franco-tunisino, Tarak Ben Ammar, per anni superconsigliere di Silvio Berlusconi, o il professore Jean-Paul Fitoussi. Difficile immaginare, inoltre, che i consiglieri espressi da Bolloré possano in futuro essere ostacolati anche dagli otto consiglieri espressi da Telco, la ex holding di controllo di Telecom Italia composta da Generali, Intesa e Mediobanca, partecipata a sua volta dal finanziere bretone e controllata da un patto rinnovato nel luglio 2014.

La stretta di Bolloré su Telecom arriva in un momento decisivo per il futuro della società. Innanzitutto perché nella intricata storia dell’ex monopolista italiano ha fatto capolino anche l’imprenditore francese Xavier Niel, che ha scommesso su Telecom per assicurare alla sua azienda Iliad una fiche nel più ampio gioco di riassetto delle telecom europee. Inoltre, l’azionariato del gruppo guidato da Patuano è ancora in evoluzione, come testimonia il fatto che la banca americana Jp Morgan ha appena acquistato il 5 per cento della società. Infine, dopo la decisione di Renzi di sbloccare 2,2 miliardi di fondi pubblici per la banda ultralarga, si attendono a breve i bandi di Infratel per entrare nel vivo della costruzione della nuova infrastruttura in fibra.

Proprio in questi giorni, l’Enel ha confermato la creazione di nuova società che si occuperà di posare la fibra ottica. Il capitale dell’azienda, che sarà guidata dall’ex amministratore delegato di Wind, Tommaso Pompei, dovrebbe essere aperto a tutti gli operatori di telecomunicazione ricalcando il modello del “condominio” proposto dall’ex numero uno della Cdp Franco Bassanini. Vodafone e Wind si sono già dette pronte ad entrare nella nuova società delle reti che sarà costruita attorno all’Enel, gruppo di cui il Tesoro possiede più del 25 per cento. Il governo, dal canto suo, ha dato il via libera al decreto sblocca reti per la abbattere i costi di installazione di reti di comunicazione elettronica ad alta velocità come vuole la direttiva europea 2014/61. Ora la parola passa alle commissioni parlamentari competenti, prima di tornare a Palazzo Chigi per il via libera definitivo. Intanto Telecom e Metroweb tacciono. Ma il tempo stringe ed è sin d’ora evidente che saranno costrette a tener conto dei piani di Enel.

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