Era un venerdì di musica live in molti locali parigini, non solo al Bataclan: Dan Auerbach, frotman dei Black Keys, si trovava a meno di quattro chilometri dalla sala concerti di Boulevard Voltaire, anche lui sul palco, con i The Arcs, un progetto parallelo messo in piedi insieme agli amici di sempre (Leon Michels, Richard Swift, Homer Steinweiss, and Nick Movshon). Il luogo dove Dan si stava esibendo, mentre poco più in là il concerto degli Eagles of Death Metal si trasformava in un massacro, è tra i locali più storici e conosciuti di Parigi, Le Trianon: 1500 posti, 150 anni di storia. Il Trianon e il Bataclan, vicini eppure lontanissimi ora che il secondo è diventato teatro della strage di venerdì 13 novembre. “Avevamo appena finito il nostro show: era stato tutto fantastico. Eravamo scesi nel backstage quando abbiamo saputo di quanto successo allo Stade de France. Subito dopo, sono cominciate ad arrivare le notizie dal Bataclan. I suoni del live hanno lasciato il posto a quelli delle sirene, delle ambulanze e degli elicotteri: abbiamo avuto paura. Molta paura”.

Il “rimorso del sopravvissuto“, così lo stesso Auerbach ha definito in un articolo da lui scritto per RollingStones.com quell’inquietudine che gli si legge negli occhi: “Perché è accaduto lì e non dove stavamo suonando noi? – ha scritto proprio Dan su Rolling Stones – ho il cuore spezzato per tutta quella gente”. “E’ stato pazzesco – racconta – Venivamo da un momento di grandissima euforia, quello del dopo show e siamo passati, immediatamente, all’estremo opposto. Non volevamo credere che a pochi metri da noi fosse successo tutto questo. La prima reazione è stata quella di mandare un messaggio a Josh Homme (un membro degli Eagles of Death Metal) per sapere se stava bene e lui mi ha risposto “sì, sono a Los Anglese, perché?”: mi ero completamente dimenticato che, con la band, Josh aveva solo registrato senza poi partecipare al tour”. “Appena è stato possibile – continua Auerbach – abbiamo preso il tour bus e siamo partiti per venire in Italia. Abbiamo attraversato la frontiera con la Svizzera senza alcun particolare problema: noi stavamo riposando, il nostro tour manager ha mostrato alla polizia, non molta per la verità, i nostri documenti e ci hanno fatto passare, senza chiedere di guardarci in faccia e senza perquisire niente… Se potevamo portare con noi qualsiasi cosa, armi perfino? Direi di proprio di sì”.

Auerbach e Swift raccontano “la loro notte di Parigi” seduti sui divanetti dell’Alcatraz, un noto locale milanese dove stasera si esibiranno live: “Sarà dura, è la prima volta che saliamo sul palco dopo i fatti dello scorso venerdì e sarà impossibile non pensarci. Dopo l’11 settembre prendere un aereo non è più stato lo stesso e così, dopo stasera, non so come la gente vorrà ancora andare in una sala concerti con lo stesso spirito leggero“. A commento di queste parole, forse vale il messaggio postato su Twitter da un vignettista di Charlie Hebdo: “Friends from the whole world, thank you for #prayforParis, but we don’t need more religion! Our faith goes to music! Kisses! Life! Champagne and Joy, #Parisisaboutlife”. La nostra fede va alla musica, ai baci, alla vita.