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Guerra al terrore o guerra del terrore? Ci eravamo già resi conto che quei grappoli di bombe sganciati su gente lontana, che manco sappiamo chi sia, fanno nascere più terroristi di quanti ne uccidano. E non è neppure la prima volta che scopriamo che non li fanno nascere solo laggiù, ma qui da noi, nelle nostre città: dalle bombe nella metropolitana di Londra 2005 alla strage di Charlie Hebdo, i terroristi che hanno insanguinato le nostre strade e ci hanno ucciso qui, a casa nostra, sono ragazzi della porta accanto, neppure della banlieue accanto.

Non abbiamo neppure imparato che gioire delle altrui tragedie ci accumula le disgrazie addosso. Venerdì mattina, buona parte dei commentatori, che si sono poi ritrovati la sera a dirsi disarmati di parole e di strumenti di fronte agli attacchi di Parigi, avevano raccontato come l’eliminazione con un drone di Jihadi John, il boia in nero, fosse un colpo alla propaganda del Califfo e alla sua capacità di fare proseliti con il mito dell’impunità del terrore.

Il fatto è che, da quando abbiamo deciso di rispondere con la forza alla violenza, di ammazzarne dieci dei loro se loro ne ammazzano uno dei nostri, il nostro livello di sicurezza non è aumentato e una soluzione non s’è avvicinata. Adesso, François Hollande, scosso e quasi senza parole in tv la notte delle stragi, ritrova compostezza e vocabolario sullo schermo e promette che la Francia sarà “impitoyable”, senza pietà. Esattamente come lo sono stati i terroristi che l’hanno attaccata. Senza pietà e senza speranza, perché votati alla morte con la loro azione.

E il fatto ancora più grave è che, adesso, non sappiamo bene che cosa fare. La guerra al terrorismo, certo. Ma le nostre armi, per intelligenti che siano, sono fatte più per combattere guerre convenzionali che guerre d’intelligence. E l’intelligence ci manca, o non è: l’attacco di un ‘lupo solitario’ è imparabile; ma un’azione così complessa e coordinata come quella condotta a Parigi, con commando che agiscono in località diverse e con modalità diverse, richiede un coordinamento, delle armi, degli esplosivi, forzatamente delle comunicazioni.

Sembriamo disorientati, come lo fummo l’11 Settembre 2011, quando scoprimmo che 19 giovanotti venuti in massima parte dall’Arabia Saudita e dallo Yemen s’erano adeguatamente addestrati negli Stati Uniti, pagando il giusto a scuole di volo regolarmente esistenti, per provare a colpire al cuore l’America. E riuscirci. Nessuno si acorse di nulla, Come a Parigi. Sono passati 15 anni, ma della guerra al terrorismo, che doveva essere ‘the Long War’, la lunga guerra, non s’intravede la fine. Anzi, ogni volta pare di essere tornati alla casella di partenza.