A New York l’aspettavano Jake ed Edith. Desideroso il primo di abbatterlo senza pietà, la seconda di essere stritolata dalle sue braccia: Jake “Toro scatenato” La Motta per difendere il titolo di campione mondiale dei pesi medi, Edith “Cardellino” Piaf per difendere il suo amore. Ma Marcel Cerdan, gigante dalle grandi mani e dalla voce di bambino, non arrivò mai sul quadrato del Madison Square Garden, né nell’appartamento della cantante. La notte fra il 27 e il 28 ottobre 1949 il Constellation dell’Air France sul quale il pugile viaggiava con altri 37 passeggeri e 11 membri dell’equipaggio si schiantò contro il monte Redondo nell’isola di São Miguel, arcipelago delle Azzorre.

Alla ricostruzione di quell’incidente aereo è dedicato Prendere il volo (Guanda), romanzo di Adrien Bosc, giovane (29 anni) e talentuoso autore francese (ha vinto il Grand Prix du Roman de l’Académie Française), al suo esordio nella narrativa ma già fondatore di una casa editrice, la Sous Sol. Un romanzo-documentario – genere molto in voga di questi tempi – empatico ma mai patetico nel racconto delle vite spezzate di persone tanto diverse fra loro, unite nella morte da un’inesorabile concatenazione di piccoli eventi.

Una moderna Spoon River dove apprendiamo della magnifica carriera di una giovane violinista, Ginette Neveu, che a 30 anni era già una celebrità che stava per esibirsi alla Carnegie Hall di New York, e del dramma della sua famiglia: nell’incidente perse anche l’altro figlio, Jean, che accompagnava la sorella in tournée. Ma insieme con quella di Ginette e Jean si racconta anche la storia dei violini (uno Stradivari e un Guadagnini), nonché dell’archetto in oro e squame di tartaruga, che precipitarono sull’isola. E della quarantanovesima vittima del Constellation, Margarête Froehmel, ammiratrice della prima ora di Ginette (l’aveva ascoltata ai suoi esordi, nel 1931, quando si era esibita dodicenne a un concorso a Vienna) che si uccise con il gas dopo aver scritto a matita sul ritaglio di giornale che annunciava la morte della sua artista preferita: “Sono disperata”.

Spostarsi in aereo, nel 1949, non era cosa per tutti, i biglietti erano molto cari, dunque riservati ai grandi ricchi o a chi per lavoro aveva necessità di frequenti spostamenti fra un continente e l’altro. Ecco allora seduti fianco a fianco sull’aereo lanciato dall’eccentrico imprenditore e produttore cinematografico Howard Hugues commercianti e industriali, avvocati e presidenti di società. Americani, francesi, siriani, turchi, israeliani, cubani, iracheni, messicani. Ma il gioco del destino volle che su quegli stessi sedili provassero in una sola volta l’ebbrezza del primo volo e il terrore della morte certa, anche cinque pastori baschi (quattro ragazzi e una ragazza). Thérèse Etchepare, 20 anni, era stata assunta come aiutante in un ranch a Tempe, Arizona. Jean-Louis Arambel, 18, stava per raggiungere suo zio, fattore a Los Banos, California. Guillaume Chauront, 28, anni, Jean-Pierre Aduritz, 21 e Jean-Pierre Suquilbide 25, avevano tutti in tasca un contratto in altrettante fattorie di diversi Stati. Pastori senza terra nel loro Paese, tutti e cinque emigravano per ritornare. Si schiantarono ignari su suolo portoghese.

E poi c’è la storia di Amélie Ringler. Ventisette anni, operaia bobinatrice in una fabbrica tessile di Mulhouse, in Alsazia, Amélie vola sul Constellation verto un sogno fattosi realtà: come accede solo nelle favole, la madrina emigrata in America negli anni Trenta vi ha fatto fortuna e ora che s’è fatta vecchia le ha chiesto di raggiungerla. Nella lettera in cui la nomina erede universale ci sono 200 mila franchi per coprire le spese di viaggio. Con quel denaro, oltre al biglietto Amélie acquista un foulard, un paio di calze di nylon Schiapparelli e un abito verde che avrà un ruolo nella tragedia, come il medaglione egiziano d’argento, un amuleto Ankh simbolo di vita eterna, che porta al collo.

È da leggere e rileggere, questo libretto smilzo (170 pagine) eppure profondo che racconta di uomini e macchine, cieli e mari, sogni e delusioni. E, su tutto, l’ala del destino. “ Un infinito concorso di cause determina il risultato più improbabile” scrive Bosc. “Quarantotto persone, altrettanti fattori d’incertezza riuniti per una serie di motivi innumerevoli.Il destino è sempre una questione di punti di vista”.