Ci sono alcuni scatti in bianco e nero che sono scolpiti nella storia d’Italia. Madri, mogli, figlie, lavoratrici che marciano per le strade di una città reggendo tra le mani uno striscione. La scritta in nero che accompagna quei cortei di protesta non è sempre la stessa, perché ciascuna è stata una battaglia diversa, anno dopo anno, generazione dopo generazione, dal Dopoguerra a oggi. Quelle immagini, messe in fila l’una accanto all’altra, raccontano la storia della faticosa emancipazione della donna in Italia. A esporle in una mostra, fino al 29 novembre a Modena, intitolata Io vado libera, è l’Udi, l’Unione delle donne d’Italia, l’associazione in cui confluirono, nel 1945, i Gruppi di difesa della donna, cioè le organizzazioni di antifasciste, staffette e partigiane che durante la guerra s’impegnarono a contrastare l’occupazione nazifascista. “La storia, se non la ricordi, non esiste – spiega Serena Ballista, presidente dell’Udi di Modena – Per questo, per i 70 anni dell’associazione, abbiamo deciso di organizzare una mostra, che sulla base dei problemi del presente ripercorre le battaglie combattute in passato”. Per consegnare il testimone alle nuove generazioni. “Perché è questa la sfida da vincere oggi – racconta la storica Laura Piretti – riuscire a difendere ciò che è stato conquistato”.

Il cammino dell’emancipazione femminile, del resto, parte da lontano, ed è una strada fatta di traguardi che hanno rivoluzionato le fondamenta della società. Nel 1945, ad esempio, l’anno in cui nacque l’Udi, su proposta di Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi, venne concesso il voto alle donne. E tra le immagini esposte alla mostra c’è uno scatto che celebra quel risultato, “cardine della nascente democrazia”: un gruppo di donne che alla stazione di Modena attende di salire su un treno diretto a Roma. Era il 1955, e l’Udi festeggiava i 10 anni dal suffragio femminile.

In una fotografia di qualche anno più tardi, il 1968, anno  poi, c’è l’allora senatrice Giglia Tedesco, volto dell’antifascismo e del Pci. All’epoca si trovava a Modena, dove era in corso una delle tante manifestazioni in difesa dell’occupazione femminile. Una battaglia che le donne hanno combattuto articolo dopo articolo, iniziata alla fine dell’Ottocento dai primi movimenti femminili e mai terminata.

Ma anche la legge nazionale che introdusse in Italia gli asili nido, anno 1971, fu scritta sugli striscioni delle numerose proteste messe in atto in tutto il Paese. Pioniera fu l’Emilia Romagna, che iniziò i cortei già nel 1969, e una delle prime immagini di quella campagna fu scattata sempre a Modena, in occasione di una manifestazione per il diritto alla casa, agli asili nido e alle scuole materne, a cui presero parte sia donne, sia uomini.

E sempre donne e uomini insieme sfilarono in strada nel 1974, dietro a cartelli a pennarello nero che recitavano “non è un divorzio facile, è un diritto di civiltà e libertà”, per difendere la legge 898 dell’1 dicembre 1970, “disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio”. La foto in esposizione venne fatta di sera, un mese prima di un referendum che doveva essere abrogativo, e che invece confermò la volontà della maggioranza della popolazione di mantenere la normativa in vigore.

In bianco e nero, poi, sono anche i ricordi della battaglia per la riforma del diritto di famiglia, nel 1975, e i volti di quelle donne che hanno marciato con la sagoma di un bambino appuntata sul petto, tra le mani uno striscione che recita “la donna non mollerà, la legge si farà”. Erano gli anni della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, la 194, ma anche del delitto d’onore e del matrimonio riparatore. La storia di Franca Viola era già finita sui giornali, ma perché venissero abrogati, e s’iniziasse a parlare di una nuova legge per il reato di violenza sessuale, prima considerato delitto contro la morale, e non contro la persona, si sarebbe dovuto aspettare fino al 1981.

A colori, invece, sono le immagini delle battaglie più recenti, nessuna delle quali, secondo l’Udi, è già stata ancora vinta: contro il femminicidio, lo stereotipo di genere sessista, la presenza delle donne negli organi di rappresentanza, per citarne qualcuna. “Le nuove generazioni sono nate libere – sottolinea Piretti – ma non è detto che sarà sempre così e salvaguardare i diritti che formano la base di quella libertà è un’assunzione di responsabilità necessaria per proteggere il futuro. Nulla è inciso nella pietra e nulla va dato per scontato. L’Italia oggi sta regredendo verso il passato, molte di quelle battaglie sono rimesse in discussione e conoscere è l’unico modo per difendere ciò che si è ottenuto”.