C’è un’insita trasgressione alla regola aurea della critica cinematografica quando ci si accosta a un film della saga di James Bond – 007. Tale regola vorrebbe che ogni opera sia giudicata prioritariamente nella sua essenza testuale, senza eccessive escursioni altrove, specie attraverso il confronto con altri film seppur del medesimo regista o con lo stesso cast. Con l’eroe desunto dai libri di Ian Fleming questo non è possibile. Ed anzi, è sempre meno plausibile, essendo quella della spia più famosa al mondo la più lunga cine-saga di sempre: siamo al 24° film e al 53° anno dal primo.

Spectre, uscito giovedì 5 novembre in almeno 500 sale italiane, non solo non fa eccezione, ma riverbera poderosamente dell’ombra – anzi, dello “spettro” – del predecessore Skyfall (2012), opera suprema che ha segnato la svolta a detto prodotto seriale in occasione del 50° anniversario della cine-produzione. Non solo le due pellicole sono dirette dall’abile Sam Mendes e interpretate da Daniel Craig (alla sua quarta volta nei panni di 007) ma quest’ultima ha beneficiato della precedente già superandola al box office di apertura in madrepatria, cioè in Regno Unito dove ha rastrellato ben 63,8 milioni di dollari (pari a 41,7 milioni di sterline) nei primi sette giorni di programmazione: l’attesa era evidentemente spasmodica, sia perché l’agente di Sua Maestà è un must per ogni suddito, sia perché Skyfall aveva appunto siglato l’eccellenza nel franchise.

Forte del successo del film del 2012, il regista britannico ha calcato la dose, creando un film espanso a 2h30 (Skyfall già durava 2h23..) denso di acrobazie registiche annunciate dall’iniziale piano sequenza a Città del Messico, nel cuore delle carnevalesche celebrazioni per il Giorno dei Defunti e continuate in magniloquenze spettacolari che toccano anche il cuore di Roma. Ma è proprio la macabra e grottesca evocazione messicana della morte il cuore semantico di Spectre, costituendo il primo legame narrativo a Skyfall, che si era concluso con la dipartita di Judy “M” Dench: se l’introspettivo Skyfall aveva siglato la fine di un’era e di un ciclo “bondiano”, Spectre è chiamato a siglare il passaggio dalla tragicità alla rinascita, e per questo poteva e doveva passare attraverso l’ironia, una delle immancabili armi dell’agente 007.

James Bond rientra dunque nei ranghi di una tradizione dell’apparire (più che dell’essere) occasionalmente abbandonata nel primo film diretto da Mendes: al personaggio interpretato da Craig sono restituiti subito i suoi simboli: dall’iconica sigletta con l’agente che punta la pistola al pubblico posta all’inizio, al Martini e all’Aston Martin. Con Spectre, inoltre, prendono fisionomia i nuovi personaggi introdotti in Skyfall: il muscolare M reso da Ralph Fiennes, l’ambiguo e sagace Q proposto da Ben Whishaw e l’assistente del “programma 00” Moneypenny che porta il fascinoso volto di Naomie Harris. Anche il plot vira mirando alla classicità dell’opposizione buono/cattivo con una piccola differenza: il villain (interpretato da Christoph Waltz) risulta la summa dei cattivi precedenti – non a caso “spectre” riflette a turno Mads “Le Chiffre” Mikkelsen, Javier “Silva” Bardem e Jesper “Mr White” Christensen.

Anche l’universo delle Bond Girl si riappropria della “femme fatale” attraverso la mora Monica Bellucci e la bionda Léa Seydoux: se la diva nostrana è solo una fugace apparizione, la star francese permane in metà film ma la sua interpretazione non è certo delle migliori. Debole è anche la “theme song” Writing’s On The Wall interpretata da Sam Smith: siamo anni luce dal memorabile brano di Adele, premiato con l’Oscar.