Seduto al tavolo di un padiglione affollato del Lucca Comics & Games, Gianni Pacinotti, in arte Gipi, spiega a fan e appassionati l’arte di combattere “fino all’ultima carta”: pescando da mazzi di cards colorate, massacra avversari in cruenti scontri corpo a corpo con scudi e spade, tra un autografo e l’altro spiega istruzioni e regole, racconta con precisione dei personaggi e delle loro abilità. È lui il primo giocatore entusiasta di Bruti, il gioco di carte in stile medievale fantasy che Gipi ha creato, dopo averlo testato su un gruppo di amici, per il grande pubblico di amanti del genere, finanziandolo con una campagna di crowdfunding.

L’edizione 2015 della fiera lucchese ha segnato per il noto autore di fumetti pisano, che nel 2014 è arrivato in finale al premio Strega con la graphic novel “Unastoria”, l’esordio in un settore mai esplorato prima. L’avventura nel mondo dei games è cominciata lo scorso maggio con la raccolta fondi online sulla piattaforma Ulule e il traguardo è arrivato a fine ottobre con la presentazione ufficiale del gioco con un manuale e una mostra con le tavole dei personaggi.

Ma il successo era scritto da tempo, visto che Bruti era già richiestissimo ancora prima dell’uscita lucchese. Basti pensare che l’obiettivo di finanziamento di 25mila euro è stato superato del 272 per cento, con 1216 contributori che in cambio di ricompense come illustrazioni originali e gadgets vari, hanno messo insieme 68123 euro per vedere nascere la nuova opera di Gipi.

Una sfida in cui l’autore si è lanciato con un lavoro di circa tre anni, che lo ha visto impegnato nella progettazione del card game e ovviamente, da disegnatore, nella realizzazione dei personaggi. Un esordio da narratore in un universo in cui, per una volta, la storia la fanno i combattimenti, le armi, i danni e i colpi assestati. “Finora ho fatto tanti libri a fumetti tutti molto tormentati – ha spiegato Gipi a ilfattoquotidiano.it – Ho pensato di fare una cosa dove si gioca, dove si ride e ci si diverte”.

Come ti è venuta l’idea di creare un gioco di carte?
“Sono stato un giocatore e il gioco l’ho fatto per me e per i miei amici, all’inizio usavamo dei pezzetti di carta con delle scritte sopra. Quando ho visto che le persone a casa mia si divertivano ho pensato di stamparne un prototipo. L’ho disegnato perché mi piaceva, e poi con mia moglie e un collaboratore abbiamo deciso di farlo diventare vero e di produrlo anche per gli altri”.

A cosa ti sei ispirato per realizzare Bruti?
“Quando ero ragazzo ho avuto una forte passione per il fantasy, poi mi è passata, cioè me la sono fatta passare, perché dovevo fare altre cose. Da grande l’ho ritirata fuori. L’ispirazione immagino mi sia venuta da alcune letture che ho fatto in quel periodo, da Tolkien in poi e tutto quel mondo. Ma non ho pensato a qualcosa in particolare lavorando al gioco, ho solo pensato a riprodurre una situazione di scontro e combattimenti”.

È vero che Bruti è un gioco (anche) per non giocatori?
“Io l’ho pensato così, nel senso che in passato, soprattutto quando ero più giovane, ho giocato a giochi ultra complessi, ma non volevo che fosse richiesto uno sforzo di quel tipo per giocare. In più, non frequentando da tanto amici giocatori, ero circondato da persone che si occupavano di altro, quindi l’ho fatto pensando soprattutto a loro. Poi chiaramente sviluppandolo, la profondità del gioco è aumentata, però spero che la complessità sia rimasta bassa”.

Tra i personaggi che hai inventato c’è qualcuno in cui ti identifichi o a cui sei affezionato?
“Ce n’è uno che si chiama Principe Tuttossi, che tutti dicono mi somigli, però è normale, perché un disegnatore fa sempre personaggi che in un modo o nell’altro gli somigliano. Invece è difficile dire quale sia il personaggio preferito perché è come per i figlioli: vuoi bene a tutti, se sei un bravo genitore”.

Come mai un autore affermato come te ha deciso di ricorrere al crowdfunding?
“Ho avuto delle offerte per fare il gioco con vari editori, però il mio collaboratore Massimo Colella aveva già gestito dei crowdfunding e mi aveva detto che era una cosa divertente. Io poi volevo che si creasse una comunità intorno al gioco e quello era il modo migliore per farlo, per coinvolgere gli altri nel processo di sviluppo e di crescita. Quindi abbiamo deciso di camminare da soli”.

Una scelta che è stata premiata dal successo dell’iniziativa e dalla somma raccolta.
“Sì, abbiamo triplicato la cifra. Con 25mila euro avremmo fatto il gioco, ma siamo arrivati a 68mila e quindi l’abbiamo fatto molto più bello. Abbiamo investito fino all’ultimo centesimo, più qualche migliaio di euro di tasca mia, perché poi nel crowdfunding ci siamo infervorati con le ricompense da dare, e abbiamo sballato i conti. Negli ultimi giorni eravamo impazziti, io continuavo a inventare nuovi personaggi. È stata un’esperienza faticosissima, ma è stata anche molto eccitante. E soprattutto, siamo riusciti a fare il gioco”.

Quindi avete investito tutti i soldi e anche qualcosa in più.
“Sì, perché queste cose non si fanno per guadagnare, ma per produrre qualcosa che prima non esisteva. Poi se il guadagno deve arrivare, arriva dopo. Bruti invece era più una cosa di comunità, in cui chiedevamo soldi non per comprare una macchina, ma per produrre qualcosa per cui la gente aveva pagato”.

Ti sei fatto un’idea su chi ha finanziato Bruti? Sono i tuoi lettori o un pubblico diverso?
“Secondo me i miei lettori sono una minoranza, almeno credo. La cosa inquietante è che quelli che hanno sostenuto l’opera sono per l’87 per cento uomini, lo so perché ho le statistiche. È una cosa che dovrebbe farmi riflettere (ride)”.

C’è qualcuno che ti ha criticato per il tuo passaggio al mondo dei giochi?
“Sì, i lettori più affezionati, magari quelli della prima ora, mi hanno scritto: ‘non sei più tu’, ‘non ti riconosco più’. Mi è successo anche quando ho fatto il film (L’ultimo terrestre), è una cosa di affetto, è normale: hanno paura che tu cambi, che non faccia più le cose che piacciono a loro, ma il fatto è che io non sono solo uno”.

Quindi questa è una delle tue personalità.
“Sì, a me piace inventare storie scritte. E poi c’è da dire una cosa: finora ho fatto tanti libri a fumetti tutti molto tormentati. Ero stanco. Avevo tirato fuori quasi tutto quello che ho dentro, almeno fino a questo punto della mia vita. Mi ero sposato e innamorato per la prima volta in vita mia, ero felice. E ho deciso di prendermi un po’ di sollievo, di fare cose dove si gioca, dove si ride e ci si diverte”.

Dopo i fumetti, i film e i games, quale sarà la prossima sfida?
“Per ora basta, se no poi se vai in tutti i campi, rischi di stare davvero sulle scatole alle persone. Penso che mi fermerò ai giochi, ma non si può mai dire. Per esempio, non avrei mai detto che avrei fatto un gioco in vita mia, ma in realtà non avrei detto nemmeno che avrei fatto un film. Non si può mai sapere”.

Però la certezza è che continuerai a fare fumetti.
“Assolutamente sì, ho già progetti avviati che continueranno. Quel mio lato non credo morirà mai”.