Una pausa di qualche mese, per smaltire le scorie delle dimissioni, defilarsi, osservare da lontano il calcio italiano che provava a voltare pagina sotto la nuova gestione di Carlo Tavecchio (e Claudio Lotito). “Mi sono preso un anno sabbatico, anche per una questione di rispetto: non mi sembrava corretto discettare di tutto e di più dopo essermene andato”. Ma adesso Giancarlo Abete è tornato a far sentire la sua voce. E ancora di più potrebbe farlo nel prossimo futuro. Giovedì pomeriggio, nel corso del Consiglio federale che ha votato a larga maggioranza la proroga fino al 31 dicembre al commissariamento della Lega Pro, l’ex numero uno della Federcalcio è stato l’unico (o quasi) a parlare contro la decisione presa da Tavecchio. L’Associazione calciatori di Tommasi non era presente in segno di dissenso, gli arbitri di Nicchi si sono astenuti. L’AssoAllenatori di Ulivieri ha detto no (ma vale solo il 10%, come peso specifico), insieme ovviamente al consigliere Gabriele Gravina (guida dei club di Lega Pro che hanno “rovesciato” Macalli e prossimo candidato alla presidenza). Abete non ha votato (è membro di diritto), ma pure la sua contrarietà (espressa in maniera lunga, convinta ed articolata) ha pesato più delle altre. Al punto che oggi alcuni sarebbero tentati da identificare in lui l’opposizione al governo Tavecchio.

“La mia non è un’opposizione di logica di schieramento fra le parti”, spiega a ilfattoquotidiano.it. “Io prendo posizione sulle singole questioni, e in questo caso mi sembrava doveroso farlo in favore della maggioranza delle società a cui non viene concesso di andare al voto. I club devono autodeterminarsi, è la democrazia”. Eppure il Consiglio federale la pensa diversamente. Anche perché la partita è molto più delicata di quanto sembri: in ballo non c’è solo la presidenza della Lega Pro, ma anche gli equilibri della Federcalcio (dove la terza divisione conta per il 17%).

Nel 2014 Macalli fu decisivo per l’elezione di Tavecchio, così come lo è stato nei mesi successivi per garantirgli la maggioranza. Se dovesse vincere la fazione opposta guidata dall’ex dg Francesco Ghirelli e da Gabriele Gravina (candidato in pectore), cambierebbe tutto nel palazzo di via Allegri, dove Tavecchio ha già contro arbitri e allenatori, e ha visto sfarinarsi il suo controllo sui Dilettanti (che non sono più un blocco unico). Guarda caso, Gravina è uomo legato proprio ad Abete, che oggi può tornare ad avere un ruolo da protagonista nella scena politica del pallone italiano. È vicepresidente Uefa, membro in Giunta Coni e siede in consiglio Figc, dove non vota ma pesa. Il diretto interessato si schernisce, ma ammette: “È chiaro che mi sento ancora un punto di riferimento, è normale che sia così dato il mio passato e le cariche attuali. Al momento delle dimissioni avevo promesso che avrei continuato a fare politica sportiva, e questo sto facendo, con lo spirito di chi non ha ambizioni personali per il futuro”. Ma è davvero così? Fra un anno si tornerà a votare per la presidenza della Federcalcio, dove i tanti nemici di Tavecchio ancora non hanno trovato un candidato da opporgli.

Qualcuno potrebbe rimpiangere le sue “capacità conciliatorie”, messe all’indice solo un anno fa come causa del declino del calcio italiano. Lui non ci pensa neanche: “Non è assolutamente nei miei piani: quella da presidente è stata una bella esperienza, finita per motivi personali, professionali e politici. Bisogna essere lucidi e coerenti, è un capitolo chiuso”. Ma qualche spiraglio resta aperto: “Alle ultime elezioni mi sono mantenuto equidistante fra due persone diverse che erano state miei vicepresidenti. Fra un anno parteciperò attivamente alla scelta del prossimo presidente. Anche perché – conclude – a volte si può essere più utili da dietro le quinte che in prima linea”.

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