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A ben vedere e andando all’essenza dei rispettivi interventi, quello dell’ ipermisurato Mattarella rivolto ai nuovi cavalieri del lavoro e quello del presidente dell’Anm Rodolfo Sabelli in apertura del congresso, le valutazioni in merito al rapporto tra economia, politica, legalità e lotta alla corruzione non sono per niente distanti.

Il Capo dello Stato che è un esempio irragiungibile di low profile  e di “felpatezza” ha detto testualmente che “legalità e lotta alla corruzione sono condizioni irrinunciabili per la crescita economica” e rivolto miratamente agli imprenditori ha precisato che “sono essenziali sempre, e ancora più per fare impresa, i valori di onestà, trasparenza, lealtà”.

Davanti a Mattarella, seduto in prima fila e particolarmente attento Rodolfo Sabelli ha esordito dicendo che “va respinta l’idea strisciante che a minori garanzie e minori controlli possa corrispondere maggiore crescita come se il problema consistesse nella regola piuttosto che nella sua violazione” e ha messo in guardia contro una progressiva subordinazione della politica e della giurisdizione al potere economico, una pericolosa prospettiva tecnocratica.

Già questo passaggio che riecheggia le valutazioni del Capo dello Stato, nei giorni in cui scandali sempre più miserevoli e tragicomici si accavallavano da Roma a Sanremo, è stato letto come un’ennesima dichiarazione di guerra da parte della magistratura associata “preoccupata solo di difendere  i suoi privilegi ecc… ” contro il governo del cambiamento reo di averle tagliato le ferie.

Molto probabile che ci fosse implicito anche un giudizio sfavorevole sull’ innalzamento dei limiti per il contante a 3.000 euro,  peraltro in plateale contraddizione con quanto il ministro dell’Economia aveva precedentemente e reiteratamente dichiarato. Ma non si vede per quale motivo la magistratura, in sintonia con quanto il presidente della Repubblica aveva lasciato intendere, non debba esprimersi tanto più in un paese depredato da evasione e corruzione, su un provvedimento spacciato come irrinunciabile strumento di crescita che oggettivamente finisce per favorirle.

Se già il “proditorio attacco” al rilancio economico libero dai lacci e lacciuoli, di nota memoria, ha suscitato irritazione e fastidio politico-mediatico diffuso, era facile immaginare il tenore delle reazioni, non solo governative, alla denuncia di Sabelli sulle “timidezze” riguardo il contrasto a mafia e corruzione e la priorità accordata a intercettazioni e responsabilità civile realizzata in tempi e modi tali da favorire conflittualità e delegittimazione.

E quello che è più grave, a mio parere, è che la serie di commenti all’unisono con l’irritazione governativa, come per esempio quello su La Stampa  dove si parla di “attacco sgradevole” con “la sottolineatura così antipatica sulle intercettazioni”, si registrano mentre la delegettimazione denunciata da Sabelli è più che mai imperante come dimostrano le reazioni politiche più che sconcertanti, dall’arresto di Mario Mantovani all’inchiesta di Vaprio D’Adda. Quando poi la magistratura si trova a dover intervenire su fronti economicamente caldi e con inevitabili ricadute sociali il fastidio è ancora più esibito e trasversale come insegna la vicenda Ilva.

Anche l’applauso scontato che la platea dei magistrati ha tributato al presidente della Corte d’appello di Milano Giovanni Canzio quando ha risposto che sì, chiuderebbe una fabbrica che inquina e uccide le persone “perchè la garanzia costituzionale sul diritto alla salute è chiara” deve aver  contribuito a scandalizzare.