de luca 675

Insomma alla fine Erri De Luca ce l’ha fatta a evitare il carcere e tutti ne siamo felici. Va da sé però che questa nostra – sincera – felicità non necessariamente deve significare che siamo d’accordo con tutta questa storia, tutt’altro. Anzi, l’intera vicenda ci ricorda il titolo di una splendida canzone di Massimo Bubola e Fabrizio De Andrè, dedicata appunto a un’altra “storia sbagliata”, in quel caso l’assassinio di Pier Paolo Pasolini.

Siamo sicuri che nei nostri sogni di un paese ideale, in cui vivere e lavorare serenamente, nel quale ognuno di noi spera di avere il massimo della libertà di esprimersi e di fare, ci sia posto per la sequenza dei fatti che tanto spazio ha avuto sui giornali, come fosse una storia di cui andarne fieri?

Non voglio, né posso apprezzare un uomo che fieramente vuole poter affermare che “il sabotaggio è una forma di democrazia”. Non amerei certo vederlo in prigione, ma volentieri lo lascerei per conto suo, senza troppi clamori, a maggior ragione se già nel suo passato ha dimostrato di ben stare dalla parte di organizzazioni che praticavano diffusamente la violenza politica. Questo paese non ha bisogno né di tipologie strane e predittatoriali di democrazia, né tantomeno di alfieri della violenza più o meno mascherata, né c’è bisogno di aver commesso dei reati per essere considerati un freno all’interesse generale.

Né ancor meno questo nostro Paese avrebbe bisogno di imprese che per realizzare opere di rilevante impatto economico siano disposte a trascurare l’interesse generale e accettino per il loro singolare profitto di stravolgere l’ambiente e depredare le casse pubbliche.

Questo Paese non ha nemmeno bisogno di associazioni e organizzazioni di cittadini che pratichino la violenza per manifestare le loro opinioni o il proprio dissenso. Tra la complicità e l’aggressione, le democrazie che amano restare tali sanno scegliere strade alternative, ma rispettose, per esprimere le proprie convinzioni.

Questo Paese non avrebbe nemmeno bisogno di leggi liberticide, che possano venir utilizzate e invocate per tenere a freno la libertà espressiva di chicchessia. Le parole restano parole e non può esistere “incitazione alla violenza”. Solo i criminali si fanno incitare alla violenza.

Questo Paese non ha bisogno nemmeno di giudici che riparino ai buchi della politica, della legislazione, che dall’alto della loro presunta “saggezza” intervengano a correggere gli errori altrui. Ha solo bisogno – come ogni paese democratico – di una Magistratura veramente indipendente che applichi fino in fondo le leggi e solo quelle, lasciando da parte ogni interesse personale e di parte.

Questo Paese non ha bisogno di una politica che sappia solo cercare il consenso, anche in deroga ai principi o alle stesse leggi. Ha invece bisogno di una politica che sappia anche dire e fare cose scomode, ma non solo quando queste devono tutelare i più forti, o gli amici. Questo Paese ha bisogno di un Parlamento che faccia delle leggi, per il bene dei cittadini, nello spirito della Costituzione, lasciando fuori gli interessi di parte e i fini personali sia degli individui (influenti) come dei gruppi più rilevanti.

Questo Paese ha bisogno, come il bene più importante, di un’informazione libera che possa conoscere e informare i cittadini, ricevendone i mezzi per svolgere la sua funzione da parte di uno Stato che assicuri la concorrenza e non il favore come regola per vita delle imprese editoriali.

Infine, ma non certamente alla fine, questo Paese ha bisogno di una pubblica opinione che non sia o pecorona per correre in gruppo o che consideri come normale modalità espressiva l’insulto, ma al contrario che si ponga come traguardo principale il rispetto per l’avversario, senza trascinare il dibattito democratico nel fango della violenza verbale e fisica.

Di questo noioso e serioso elenco, sfortunatamente, nemmeno un punto era presente nel momento della lettura della sentenza di assoluzione. Una sentenza che è suonata non solo come l’ultimo atto di una vicenda assurda, ma come la condanna tombale per un sistema e un paese che troppo pochi sembrano voler emendare.

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