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Molti elettori 5 Stelle si sono arrabbiati un po’ perché a Otto e mezzo ho detto che la non candidatura di Alessandro Di Battista a sindaco di Roma è “un errore politico clamoroso”. Ribadisco quanto affermato venerdì scorso, e anzi trovo inaudito che ci sia ancora gente che osa addirittura contraddirmi. Incredibile. Non è la prima volta che i talebani ortodossi mi crivellano. Probabilmente sono gli stessi che fino a qualche mese fa non volevano che i 5 Stelle andassero in tivù, e adesso mettono il MySky alle 3 di notte per registrare Vito Crimi che si intervista da solo nelle repliche di Protestantesimo. Scherzi a parte, la vicenda Di Battista-Roma, ma pure quella Di Maio-Napoli, offre molti spunti. E porta a una conclusione: qualsiasi cosa facciano, i Cinque Stelle sbagliano.

C’è una soluzione? No, non c’è. Di Battista sarebbe il candidato più forte a Roma e Di Maio a Napoli. Però non si candidano. Questo, tecnicamente e oggettivamente, è un “errore politico clamoroso” (cit). Comunque la si giri, è un regalo a centrosinistra e centrodestra. Al tempo stesso, e per questo dico che i 5 Stelle sbagliano qualsiasi cosa facciano, Di Battista e Di Maio verrebbero massacrati se si candidassero. Significherebbe non rispettare il regolamento; vorrebbe dire mangiarsi la parola data; equivarrebbe al comportarsi come una Moretti qualsiasi. Se si candidano forse vincono, però sono incoerenti; se non si candidano non vincono di sicuro (a meno che non accada qualcosa che vi racconto a fine pezzo), però restano coerenti. Vicolo cieco.

Perché un vicolo cieco? Perché la natura stessa del M5S porta spesso a un bivio secondo il quale essere fedeli a se stessi conduce (forse) nel medio-lungo periodo a grandi risultati, ma nel breve periodo equivale sistematicamente al perdere treni della vita. Esempio tra i tanti: alle seconde Quirinarie, mentre Renzi indovinava la mossa della sfinge (Mattarella), i 5 Stelle optavano ilari per il tanto stimabile quanto politicamente irrilevante Imposimato. Che dire? Complimenti. Renzi fu molto fiero di voi.

Sì, ma le regole? I talebani ortodossi, a questo punto, replicano piccati: “Esistono le regole, se fai queste critiche allora non hai capito nulla del Movimento”. Sì ragazzi, buonanotte e attenti agli asini che volano in cielo. Le regole ci sono, ma esiste anche l’elasticità. Quella stessa elasticità che ha portato alla mossa Freccero-Rai. Ci sono dei momenti, nella storia, in cui le regole vanno “forzate” senza con questo diventare “ladri” o “disonesti”. I 5 Stelle lo hanno già fatto e lo faranno sempre più spesso, a meno che l’obiettivo non sia stare all’opposizione in eterno.

Di Battista sarebbe un buon sindaco? E io che ne so. Di sicuro oggi sarebbe il favorito, come pure Di Maio a Napoli. Entrambi non cambieranno mai idea e personalmente li capisco. Vogliono mantenere la parola data, credono nel loro ruolo attuale e il prossimo sindaco di Roma dovrà affrontare uno scenario drammatico. L’impresa sarà quasi disperata. Comprensibile che entrambi, peraltro nel rispetto delle regole, scelgano di restare in Parlamento.

Sì, ma restare in Parlamento quanto? Altro problema, altro vicolo cieco. I 5 Stelle, nella loro idea utopica di politica fatta non da “professionisti” ma da cittadini, impongono il limite dei due mandati. Altrimenti, dal terzo in poi, si diventa come gli altri. Tutto molto bello, almeno sulla carta. Il risultato concreto, però, è che Di Maio (oggi 29enne) potrà fare politica al massimo fino al 2023. Poi basta (a 36 anni). Non è uno spreco? Non significa, ogni volta, buttare via esponenti credibili che nel frattempo sono cresciuti? E’ meraviglioso sapere che presto non vedremo più in Parlamento le Fucksia, i Giarrusso e le Lombardi (di chi era l’idea di proporla sindaco di Roma? Di Orfini?). E’ appena meno condivisibile rinunciare anzitempo a evidenti talenti politici.

E allora cosa fare? Ripeto: io che ne so? Starà al M5S valutare, col tempo, se alcune mannaie regolamentari andranno qua e là modificate. Di sicuro, riguardo a Roma e Milano, l’unica strada – se vogliono vincere – è allargare la rosa dei candidati anche a chi non ha necessariamente una lunga storia grillina alle spalle. Se si sceglie il solito sconosciuto tramite il web, si conquista il Premio Duriepuri 2015 ma non si vince mai (non nelle grandi città, almeno). Capisco che sia cinico e ingiusto, perché “dovrebbe contare il programma e non la persona”, ma viviamo in Italia e non a Utopia. Quindi serve un nome “forte”, vicino al Movimento ma non per forza un militante di lunga data. In Liguria, per un po’, si fece il nome di Freccero. A Milano si è parlato di un appoggio (subito stroncato) a Di Pietro. A Roma leggo nomi fantasiosi, tipo Santoro (ma non lo odiavate fino a ieri?), Imposimato (ancora?) o Di Matteo (persona rara e preziosa). Il nome non sarà facile. Se però sceglieranno il solito bravo ragazzo imberbe, gli unici a festeggiare saranno Marchini, o Meloni, o Renzi. Perdere felici o vincere sporcandosi un po’? Questo, a volte, è il problema.