La sondaggista di Ballarò e storica rilevatrice per conto di Berlusconi, Alessandra Ghisleri, ha rivelato un dato molto interessante durante il suo intervento agli Election Days di Torino, il workshop sulla comunicazione che si è tenuto dal 1 al 4 ottobre. I sondaggi dopo il voto delle scorse europee vinte dal Pd col 40,8%, doppiando il principale sfidante, il M5S, ci dicono che Renzi ha vinto grazie alla paura che i cittadini avevano di Beppe Grillo: il 25% degli elettori del Pd ha deciso all’ultimo di andare a votare – uscendo dall’astensionismo – per paura che vincesse Grillo, che era stato dipinto come un estremista.

Questo sondaggio post voto conferma la mia lettura a caldo sull’abile uso dell’emozione primordiale della paura fatto da Renzi e Berlusconi nei confronti di Grillo.

Chi conosce Grillo lo considera umile ed empatico, dunque il ribaltamento riuscito ai comunicatori del Pd è stato, tecnicamente parlando, un capolavoro.

Oggi, se pensiamo a qualcuno che possa essere definito estremista, ci viene in mente Matteo Salvini. Con una differenza: nonostante i tentativi degli avversari Salvini non fa paura. Immaginatelo o guardate una sua foto, pensate un attimo a lui. Vi incute forse timore?

Eppure il leader della Lega ha fatto dichiarazioni molto più violente rispetto alle battute mal riuscite di Grillo come quelle sulla vivisezione di Dudù e sull’oltre Hitler. Paragonando le dichiarazioni del cofondatore del M5S al seguente breve repertorio salviniano capirete cosa intendo.

“Visto che in Italia i musulmani sono un milione e mezzo, ci sarebbero quindi fra noi quasi 50.000 potenziali terroristi. Pazzesco…”; “Pe gronda sangue e Junker vuole i profughi per avere lavoratori sottocosto”.

Sulla tortura in un tweet: «Le forze di polizia devono avere libertà assoluta di azione, se devono prendere per il collo un delinquente e questo si sbuccia il ginocchio o si rompe una gamba sono cazzi suoi, ci pensava prima di fare il delinquente»; “Suicida in carcere presunto omicida di gioielliere di Roma. Morte è sempre brutta notizia, ma stavolta non sono troppo dispiaciuto”.

E ancora: con gli immigrati «è in corso un’operazione di sostituzione etnica coordinata dall’Europa». Lo ha detto a Radio Padania aggiungendo «padani discriminati, vittime di pulizia etnica, di sostituzione di popoli»; “se uccido un rapinatore non voglio un processo ma una medaglia”; “Il bambino con genitori gay cresce con un handicap”. Fino alle ruspe “per radere al suolo i centri rom”, ma concede: “senza la gente dentro”. Salvo poi direzionare queste ruspe contro Renzi.

Leggerle tutte insieme fa effetto vero? Ma allora perché lui non ha mai spaventato l’opinione pubblica (almeno quel 25% che ha fatto vincere Renzi) come ha fatto Grillo? Il segreto sta nella comunicazione non verbale. Ho spiegato la cosa parlando della dichiarazione di guerra all’Isis di Obama. Il presidente Usa disse cose durissime, ma le disse con voce calma e compostezza. La comunicazione non verbale – il tono della voce (paraverbale) e le espressioni facciali – ha molto più impatto sulle nostre sensazioni rispetto a quello che diciamo a parole. Il come più del cosa.

Lo stesso vale per Salvini. E ne è consapevole. Il suo social media manager (la persona che gestisce la pagina Facebook e il Twitter di Salvini) Luca Morisi, sempre durante gli Election Days, lo definisce infatti “il populista della porta accanto”: dice cose pesanti, ma col sorriso. Così non spaventa. Poi cede a contaminazioni, ovvero pubblica sui social le foto di alcuni piatti che mangia, scherza con chi lo prende in giro sviluppando videogiochi con lui e meme come i gattini di Salvini.

La ruspa – che in realtà è rivolta, elettoralmente, verso i 5 stelle essendo un simbolo dell’antipolitica cavalcato per parlare a quella fascia di pubblico – , fulcro della narrazione salviniana, quando diventa troppo drammatica si rivolge non più contro i rom, ma contro Renzi, e finisce sulle magliette e sugli adesivi. Infine non dimentichiamo il suo brand, le felpe: elamento di appartenenza, empatia e autoironia.