Il Premio Nobel per la Letteratura 2015 è andato alla giornalista e scrittrice bielorussa Svetlana Alexievich. Il presidente della Accademia svedese, Sara Danius, ha letto in diretta mondiale le motivazioni ufficiali: “per la sua scrittura polifonica, e per un lavoro che è un monumento alla sofferenza e al coraggio del nostro tempo”. La Alexievich diventa la 14esima donna a vincere il Nobel per la Letteratura da quando è stato assegnato per la prima volta nel 1901. L’ultima donna a vincere, non senza sorpresa, fu la canadese Alice Munro nel 2013. La vittoria dell’autrice di Ragazzi di zinco, Preghiera per Cernobyl (Edizioni E/O) e Tempo di seconda mano – La vita in Russia dopo il crollo del comunismo (Bompiani) era data per scontata da diverse settimane sui siti web di scommesse come non succedeva da anni. Negli ultimi giorni erano comunque aumentate le quotazioni del drammaturgo norvegese Jon Fosse e della statunitense Joyce Carol Oates. Mentre prolungano ancora una volta la loro condizione di eterni aspiranti al Nobel, sia l’immenso romanziere statunitense Philp Roth che il giapponese Haruki Murakami, quest’ultimo fino a qualche ora fa era dato 6 a 1, al secondo posto dietro alla Alexievich.

La 68enne autrice bielorussa è principalmente una cronista e ha seguito e raccontato i principali eventi dell’Unione Sovietica della seconda metà del XX secolo, con particolare attenzione a ciò che è accaduto ai singoli individui travolti dal crollo di 70 anni di comunismo di stato post 1989. Fortemente critica nei confronti del regime dittatoriale in Bielorussia, è stata perseguitata dal regime del presidente Lukašenko e i suoi libri sono stati banditi dal paese. Il suo stile fonde un approccio documentario alla materia narrata con una fluidità e densità emotiva più proprie ai tempi classici del romanzo. Alexievich ha più volte ricordato che a ispirarla in questo ibrido letterario è stato lo scrittore bielorusso Ales Adamovich definendo questa modalità un “romanzo collettivo” o un “romanzo testimonianza”.

La fresca vincitrice del Nobel è nata il 31 maggio del ’48 nella città ucraina di Ivano-Frankovsk in una famiglia di militari (suo padre era bielorusso, sua madre ucraina). Dopo la smobilitazione del padre dall’esercito la famiglia ritornò nella nativa Bielorussia e si stabilì in un villaggio in cui entrambi i genitori lavoravano come insegnanti. Finita la scuola superiore Alexievich ha iniziato a lavorare come reporter sul giornale locale nella città di Narovl, fino a diventare corrispondente letterario della rivista Nemen, pubblicata a Minsk. A metà anni ottanta la prima pubblicazione letteraria e poi il graduale affermarsi dei propri lavori tradotti in 20 lingue. Recentemente il presidente bielorusso Lukasenko l’ha definita al soldo della CIA. Ora la scrittrice vive a Parigi e ogni tanto appare nei festival più importanti, tra cui Il Festival della Letteratura di Mantova che l’ha avuta ospite proprio nell’ultima edizione 2015.

“Negli ultimi 30 o 40 anni si è occupata della mappatura dell’individuo sovietico e post sovietico”, ha spiegato la presidente dell’Accademia del Nobel, Sara Danius. “La sua però non è una storia fatta di eventi, ma una storia di emozioni. Ciò che ci offre nei suoi libri è un mondo emotivo, in modo che gli eventi storici che tratta nei suoi libri, come ad esempio il disastro di Chernobyl o la guerra sovietica in Afghanistan, siano pretesti per esplorare l’individualità del singolo”. Una delle peculiarità più evidenti dei romanzi della Alexievich sono le migliaia di interviste condotte soprattutto su donne e bambini e riportate nel magmatico racconto che le fonde e le porta al lettore.

Nel suo primo libro, War’s Unwomanly Face (1985), che ha venduto due milioni di copie nel mondo, sono raccolte le testimonianze dirette di donne sconosciute, persone qualunque, che hanno vissuto la seconda guerra mondiale sul fronte di guerra. Ma anche in Ragazzi di zinco (1992, in Italia con E/O dal 2003) le testimonianze di giovani, adulti e anziani si moltiplicano per raccontare la guerra in Afghanistan. Fu la stessa autrice a descrivere il suo approccio al tema affrontato in Preghiera per Chernobyl: “Questo libro non parla di Chernobyl in quanto tale, ma del suo mondo. Proprio di ciò che conosciamo meno. O quasi per niente. A interessarmi non era l’avvenimento in sé, vale a dire cosa era successo e per colpa di chi, bensì le impressioni, i sentimenti delle persone che hanno toccato con mano l’ignoto. Il mistero. Cernobyl è un mistero che dobbiamo ancora risolvere. Questa è la ricostruzione non degli avvenimenti, ma dei sentimenti”.