Lance Armstrong è il Tony Montana del ciclismo moderno. Guardatelo, interpretato da Ben Foster, quando inveisce verso il suo manager da sopra la scalinata della sua villona vuota, o quando spaparanzato con braccia aperte sul divano davanti alla tv si compiace del pauroso tentennare del sodale Floyd Landis che non confessa le loro passate malefatte. Sembra Al Pacino nel suo castello imbiancato di cocaina in Scarface.

Meschinamente rapace, senza scrupoli nemmeno di fronte al cancro, violento con chi sgarra in corsa, immerso fino alla testa nell’EPO, è il ciclista sette volte vincitore del Tour de France (1999-2005) nella versione di Stephen Frears, The Program, nelle sale italiane l’8 ottobre distribuito da Videa. Non che il regista inglese, giunto oramai al suo 21esimo film per il cinema, sia in chissà quale delirio creativo, ma è evidente che quel campione del male, quel farabutto delle due ruote, lo abbia fatto sconfinare in un terreno un po’ dark, screziato di grand guignol, un po’ come si scorgeva nel misconosciuto Dirty Pretty Thing o nelle rivolte antistatali di Sammy e Rosie vanno a letto.

Grazie ad un ritmo di montaggio che assomiglia al passo dopato e rapido alla Armstrong mentre scala Sestriere e Alpe d’Huez, il film di Frears corre velocissimo scivolando dall’epica dell’eroe sportivo esempio commovente per il mondo, alla più sinistra e lugubre carriera di un drogato strafatto di anabolizzanti intento ad interpretare con sicumera la parte del robot spaccone. The Program è infatti prima di ogni altra cosa la costruzione di un “programma” medico fuorilegge, una una linea retta di dettagli e figure intere che si gonfiano di sostanze proibite, medicine, flebo e che vengono sottoposte a operazioni, siringate, tagli e buchi sul corpo. Al bando l’illustrazione del cursus honorum del campione a cui hanno revocato ogni piazzamento, anche il 117esimo posto alla Milano-Sanremo del 1999.

Il film di Frears, tratto dal libro inchiesta di David Walsh, e sceneggiato da John Hodge, staziona da un’altra parte: negli ambulatori del mefitico dottor Ferrari (oggi radiato a vita dall’ambito medico), nei pullman/ospedale della Us Postal – la squadra ciclistica di Armstrong che l’ha portato alla vittoria nei tour – nelle farmacie svizzere dove si compra l’EPO senza ricetta. Il procedimento con cui si pulisce il sangue in dieci minuti, le siringhe di anabolizzanti schiacciate nelle lattine o nascoste nelle scarpe: la gara non è più importante in questo film perché tanto è farlocca.

Per questo The Program ha i connotati del biopic maturo nella forma e nel contenuto. Frears vuole guardare negli occhi la mimesi di Foster/Armostrong, il dinoccolato pressapochismo dell’amico e poi gola profonda Landis, l’assoluta normalità nell’anelito di verità del giornalista Walsh: tre bordoni narrativi che si incrociano, si mescolano, producono scintille, infine deflagrano nel capitolo di cronaca, e finanche di storia. Poi chiaro la ricostruzione pedissequa delle corse in Francia c’è: ci sono le magliette e le pose in gara dei ciclisti più noti, ma è un incrociarsi rapidissimo di immagini d’archivio con i fugaci doppioni spesso di spalle. Insomma non c’è la pesantezza dei sosia (leggi The Queen), ma la leggerezza del racconto avvincente che si svolge dopo il traguardo. Ci sono somiglianze somatiche e deflagranti retroscena, c’è l’incredibile leggerezza collettiva con cui si è costruita (e creduta) una balla mondiale comunicativa, pubblicitaria e finanziaria alla faccia dei malati di tumore e degli spettatori di uno sport antico legato alla fatica pura. “Una mitica e perfetta storia”, afferma Lance quando gli levano tutto, anche le mutande e l’altro testicolo rimasto: “peccato non fosse vera”.