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Le pallottole assassine di Chris Harper Mercer, il giovane filo-nazista autore di una strage, giovedì, in un’Università dell’Oregon, possono rivelarsi l’ ‘arma letale’ di molte candidature alla nomination repubblicana per Usa 2016: se uno si azzarda a dire una parola a favore del controllo delle armi, la sua corsa rischia di finire lì. Forse per questo tutti stanno zitti, pure Jeb Bush, meno conservatore su questo punto di tanti suoi colleghi. C’è chi aspetta che Donald Trump la spari grossa e contro-corrente per giocare di rimessa. Ma nessuno prende l’iniziativa: Mercer, del resto, si proclamava “conservatore repubblicano”, era uno dei loro.

Parla, invece, Hillary Clinton, candidata alla nomination democratica: “Continuiamo –dice- ad assistere giorno dopo giorno a omicidi di massa. Gli Stati Uniti –aggiunge- hanno bisogno della volontà politica per fare il possibile per mantenere al sicuro” gli americani: ne muoiono più sul fronte interno delle armi facili che sul fronte della guerra al terrorismo. Hillary pensa che ci sia modo d’impedire che congegni letali finiscano nelle mani sbagliate e si impegna a fare il possibile per riuscirci, se sarà presidente. Parole che rischiano, però, di non farne risalire la popolarità vacillante negli ultimi tempi.

Torna a riproporsi il paradosso elettorale che vale, negli Usa, per il controllo sulla vendita delle armi e per la pena di morte: se sei a favore del controllo e contro la pena di morte, non ne parli in campagna, o ne parli il minimo possibile, proprio quando te lo estorcono durante un dibattito, perché se non perdi voti. Se invece sei contro il controllo e a favore della pena di morte, come di solito i repubblicani nella loro totalità, allora lo dici apertamente, sicuro di guadagnare consensi.

Fin quando il paradosso vigerà, è difficile che le cose cambino. Anche se alla Casa Bianca c’è un presidente che è un forte e convinto avvocato del controllo sulla vendita delle armi. Barack Obama è parso commosso e frustrato, parlando della strage: le sparatorie sono routine, le preghiere non bastano, le leggi non sono sufficienti, questa è una priorità. Però, il cordoglio di Obama, come gli appelli del Papa, non fermano lo smercio delle armi e neppure la mano del boia.

Nelle parole del presidente, c’è sconforto e un’ammissione di impotenza: “Possiamo fare qualcosa per cambiare le cose. Ma non posso farlo da solo, senza il Congresso …”. E c’è un auspicio che sa essere vano: di non dovere di nuovo, prima della fine del suo mandato, fra 15 mesi, “fare le condoglianze a tante famiglie, a tante madri”.

Questa è almeno la 15° strage da quando lui è alla Casa Bianca: “Se guardo al passato – ammette -, non posso garantirlo”. La sua presidenza ha certamente segnato, di per sé, con un nero al vertice dell’Unione, e con la sua azione un allargamento della frontiera dei diritti civili negli Stati Uniti, specie negli ultimi anni contro le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale. Ma, come per reazione, ha innescato rigurgiti di razzismo e d’intolleranza; e l’insicurezza, che è pure frutto del trauma dell’11 Settembre e delle guerre non vinte in Afghanistan e in Iraq, alimenta la violenza.

Nel dicembre 2012, con la strage alla scuola elementare di Newtown nel Connecticut, pareva che la misura fosse piena: 27 vittime, fra loro venti bambinetti tra i 6 e i 7 anni. Obama utilizzò tutte le sue prerogative presidenziali per rafforzare i controlli sulla vendita di armi, ma non si andò oltre: ora chiede aiuto ai cittadini, domanda loro se si sentano rappresentati, su questo punto, dalle istituzioni, avverte: “Siamo l’unico Paese avanzato che vede sparatorie del genere quasi ogni mese”. Il silenzio dei candidati repubblicani è una risposta eloquente.