Il numero totale dei sacerdoti diocesani in Italia, con un’età media intorno ai sessant’anni, è passato dalle 41.833 unità del 1975 alle 31.580 del 2012 (fonte Osret). Il numero di preti in servizio potrebbe in realtà essere inferiore, perché vi sono taluni che, pur risultando formalmente presenti nei ranghi del clero, non esercitano più di fatto il ministero pastorale, risultando “sospesi dall’incarico” o “a riposo”. Questo significa che i circa 2800 candidati al sacerdozio per il clero diocesano del 2012 (che peraltro non diventeranno tutti preti) saranno comunque  insufficienti per arginare l’emorragia di preti e per garantire la sopravvivenza dell’ancora fittissima rete territoriale di parrocchie (25.700 sempre nel 2012).

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I seminari sono strutture concepite quasi cinque secoli orsono durante il Concilio di Trento per migliorare e uniformare la qualità della formazione dei presbiteri cattolici. Sono istituzioni semitotali, simili, nel funzionamento di fondo, alle caserme o ai collegi maschili. Luoghi nei quali i ragazzi passano cinque intere giornate a settimana: studiando, pregando e socializzando tra loro e con i preti loro professori. Nel weekend vanno in parrocchia. Ma non nella loro parrocchia, bensì in quella alla quale vengono assegnati in servizio dai superiori dello stesso seminario.

La somiglianza con le caserme o i collegi maschili va al di là dell’organizzazione del tempo e riguarda il carattere della formazione. Come in caserma non solo si impara a maneggiare un fucile o a guidare un carro armato, ma si apprende una disciplina, uno spirito di corpo, una forma mentis molto peculiare e distinta da quella prevalente nel resto della società, così in seminario non si apprende solo la teologia e l’indispensabile bagaglio culturale del prete, ma anche il senso di appartenenza a una casta di eletti, di uomini speciali, di creature fuori dal comune, meritevoli di maggior rispetto e considerazione rispetto ai comuni mortali. E insieme a questo si coltiva il legame viscerale con l’istituzione ecclesiastica, si genera un vincolo di appartenenza totale che prevede, da parte del sacerdote, la totale consacrazione alla vita della Chiesa, la perenne obbedienza alla sua volontà e il rispetto, almeno formale e pubblico, della norma celibataria. Da parte sua, la Chiesa fornisce al suo funzionario, nel corso di tutta la sua vita da prete, il sostentamento, l’assistenza e un’eterna protezione in caso di qualche guaio, soprattutto se legato, in senso lato, alla sfera della sessualità.

Dal seminario si può naturalmente anche essere allontanati: ad esempio, perché si è giudicati inadatti al sacerdozio o perché non si riesce a passare gli esami. In realtà, questo avviene di rado perché è difficile che un’istituzione in difficoltà di reclutamento rinunci a formare nuovi funzionari. Un altro motivo di esclusione potrebbe essere rappresentato dall’omosessualità. Anche qui credo che la severità dei rettori si sia nel tempo ammorbidita. Qualche decennio orsono bastavano delle movenze effeminate, un taglio di capelli non proprio virile per essere allontanati dal seminario.

Oggi la situazione è diversa e soprattutto molti vescovi premono perché le esclusioni dal seminario siano ridotte al minimo. In qualche caso, i ragazzi scartati vengono mandati in seminari più “tolleranti”con gli omosessuali e lì diventano tranquillamente preti. L’omosessualità tanto spesso severamente redarguita dalle autorità ecclesiastiche viene così nei fatti ampiamente tollerata al proprio interno. Quel che viene da chiedersi è se la Chiesa Cattolica potrà mai davvero cambiare fino a quando non rivede in profondità e radicalmente la propria struttura clericale.

Come potranno mai accettare di delegare il proprio potere ai laici persone formatesi in ambienti chiusi e castali come i seminari? Perché i giovani apprendisti sacerdoti non possono essere educati in normali istituzioni formative, nelle, quali dopo la scuola, si va a casa, si vive in famiglia, si va in parrocchia insieme a tutti gli altri fedeli, si esce con gli amici (non solo seminaristi) e la fidanzata (o il fidanzato)? E perché non possono fare questa vita anche le donne che lo desiderassero? Avremmo presbiteri meno capaci, meno adatti a guidare le loro comunità? O avremmo solo una Chiesa più evangelica, con meno gerarchie e più eguaglianza, più adatta a svolgere nel nostro tempo la sua predicazione? A voi la risposta.

Versione ridotta e aggiornata dell’articolo pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 27 settembre 2015

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