Davanti a tutti c’è l’Inter, che vince da grande squadra senza convincere. Ma subito dietro c’è chi gioca a pallone: il Torino di mister “libidine” Ventura, per cui il bel calcio è un credo filosofico. E tanti altri, dal Sassuolo di Di Francesco al Napoli di Sarri, seguono il suo esempio. È la grande novità, forse la più interessante, di questo inizio di Serie A senza certezze. La classifica celebra i nerazzurri di Roberto Mancini, che anche a Verona contro il Chievo sono riusciti a portare a casa una partita non facile, col minimo sforzo e senza rischiare nulla. La quarta giornata, però, è la giornata del gioco. Quello che permette ai granata di essere secondi in solitaria, o ai partenopei di scacciare la crisi e segnare dieci gol in quattro giorni, o al piccolo Sassuolo di sfidare alla pari la Roma ed uscire imbattuto dall’Olimpico.

Giampiero Ventura può essere considerato un maestro di calcio. A 67 anni è uno dei tecnici più anziani d’Europa (il secondo in Serie A, dopo Edy Reja), forse anche uno dei più sottovalutati. Dal 2011 sta facendo meraviglie all’ombra della Mole. Ha riportato i granata in Serie A, poi addirittura in Europa con uno storico settimo posto. Sembrava impossibile far meglio, e invece, forse, il vero capolavoro è stato riconfermarsi l’anno scorso dopo un mercato che aveva smantellato la squadra: stagione iniziata a luglio e chiusa in crescendo a maggio, in mezzo una grande Europa League con la vittoria a Bilbao e l’eliminazione solo per mano dello Zenit milionario. Trascinata da questi risultati, adesso anche la società si è messa a ragionare in grande: merito del presidente Cairo che investe per raccogliere, del ds Petrachi che si è accaparrato alcuni dei giovani più promettenti del panorama nazionale (Baselli è già esploso, Zappacosta e Belotti lo faranno presto). Materia preziosa plasmata dalle sapienti mani di Ventura: il secondo posto non è una sorpresa. Difficilmente durerà fino alla fine, ma a Torino ora si gioca il calcio migliore d’Italia. E tanti dovrebbero chiedersi perché a chi è l’artefice di questo miracolo non è mai stata data una chance in una grande piazza: anche a Lecce, Cagliari, Pisa e Bari si ricordano bene dei suoi schemi e della sua libidine calcistica.

Percorso così simile e diverso da quello di Maurizio Sarri. Un altro “teorico”, che è nato allenatore e non calciatore. Che ha passato anni su campi di periferia vera, dilettantistica. Che è arrivato tardi al calcio che conta (esordio in A a 55 anni), e poi ha avuto la fortuna di avere subito l’occasione della vita. A Napoli, però, era già stato messo in discussione dopo tre partite infelici. I fischi dei tifosi, le parole pesanti di Maradona (“non è un vincente”, aveva detto il Pibe). Ha impiegato un po’ più del previsto, ma il tempo (e il cambio di modulo) sembrano dargli ragione. Contro Bruges e Lazio i partenopei hanno segnato dieci gol subendone nessuno. E hanno dato spettacolo. Il calcio secondo Sarri è anche questo, a Empoli lo hanno visto per due anni e Napoli deve essere paziente. Altrimenti non avrà avuto senso scegliere chi crede che le idee ed il lavoro vengano prima dei risultati.

Più giovane di loro, e per questo con tanta strada e prospettive ancora inesplorate davanti a sé, è Eugenio Di Francesco. Che è stato anche un grande calciatore in passato (cosa che non guasta, di questi giorni). Le sue squadre hanno sempre giocato molto bene, spesso mancando di un po’ di concretezza: succedeva col Pescara in Serie B, o col Lecce al primo anno di Serie A (esonerato a dicembre: pochi punti ma buone prestazioni). In fondo anche negli ultimi due anni col Sassuolo. Questa può essere la stagione della consacrazione per i neroverdi, e per il loro allenatore. Anche senza la stella Berardi, Di Francesco è andato all’Olimpico a giocare a viso aperto: con tanti giovani in campo (Politano, Defrel, Duncan) è stato due volte in vantaggio contro una delle favorite per lo scudetto e ha portato a casa un punto meritato. Una piccola (se ancora tale si può considerare il Sassuolo) che gioca da grande, che gioca bene. Un calcio più bello, forse, è possibile anche in Italia. Grazie a Sarri, Di Francesco e i compagni di Ventura.

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