“Assemblea al Colosseo e turisti fuori in fila. La misura è colma: oggi in Consiglio Ministri proposta Musei come servizi pubblici essenziali”, twitta alle 12.13 Dario Franceschini.

“Approviamo subito legge@MaurizioSacconi su regolazione #sciopero a tutela utenti beni pubblici. Ieri è iniziato iter al #Senato.#Colosseo”, propone Alfano alle 13.19.

Il Colosseo, il Foro Romano, Palatino e Terme di Diocleziano, il Museo di Palazzo Massimo, le Terme di Caracalla, gli Scavi di Ostia antica e le altre aree archeologiche e museali romane hanno chiuso di nuovo, questa mattina, per tre ore per assemblee sindacali.  Con i turisti ancora una volta in fila davanti agli ingressi sbarrati di siti archeologici e spazi museali. Turisti, come spesso accade, arrabbiati, ma anche disorientati. In cerca di cartelli, di informazioni. Di sapere qualcosa. Mentre ancora una volta va in scena la commedia degli equivoci. Gli attori sono quelli di sempre. Intenti a recitare il proprio ruolo sclerotizzato dopo il molto dire e il poco fare degli ultimi anni. Almeno per quel che riguarda la gestione delle risorse umane che dovrebbero assicurare la fruizione del patrimonio statale. Il ministro si arrabbia, i sindacati mostrano i muscoli e il Soprintendente cerca scuse. Un gioco delle parti che non assicura quel che dovrebbe, nelle modalità previste. L’accesso regolato ad aree archeologiche e Musei.

“In vista del Giubileo stiamo lavorando su un doppio binario: da una parte vogliamo migliorare il decoro e la pulizia di monumenti e siti archeologici e dall’altro puntiamo sul potenziamento della fruizione soprattutto per bambini e disabili”, ha detto solo pochi giorni fa l’Assessore comunale alla Cultura, Giovanna Marinelli.

La circostanza che questa chiusura si verifichi proprio ora più che una semplice coincidenza sembra un segnale. Un indizio di come, aldilà delle ragionevoli rivendicazioni da parte delle sigle sindacali, le politiche culturali continuino ad essere fragili. Troppo spesso messe in offside da assemblee e scioperi. Sia di quelli “improvvisi”, che di quelli previsti. Una lunga storia questa. Destinata a proseguire, probabilmente. Anche se si giungesse alla legge evocata da Alfano. Perché il problema principale sembra un altro, che nulla ha a che fare con organici insufficienti, turni e retribuzioni inadeguati.

Un problema che finora è stato colpevolmente sottaciuto. Nella migliore delle ipotesi sussurrato. Musei e aree archeologiche, così come biblioteche e archivi, non diversamente da pinacoteche e lapidari sono servizi essenziali. Lo sono senza ombra di dubbio. Quindi il loro accesso deve essere garantito. Sempre. Si può discutere sugli orari nei quali poter passeggiare lungo la via sacra all’interno del Foro, oppure ammirare la cosiddetta Tomba dei Platorini, nell’aula X delle Terme di Diocleziano, fermarsi a guardare i mosaici nel Piazzale delle Corporazioni ad Ostia antica, o rimanere estasiati di fronte alle sculture esposte, dopo il nuovo allestimento, nelle sale II, III e IV a Palazzo Massimo.

Ma non si deve discutere sulla loro accessibilità. L’idea che si tratti di futili divertissements, a dispetto di quel che si potrebbe credere, persiste. Contrariamente a quanto la nostra storia ci suggerisce. Dopo il timido tentativo del giugno 2014, richiamare ora la tesi che i luoghi della cultura siano servizi pubblici essenziali, più che una meritoria operazione di riaffermazione dell’importanza del nostro patrimonio culturale, sembra l’estremo tentativo di recuperare la credibilità svanita.

La costruzione di un progetto richiede conoscenza e lungimiranza. Vedere lontano, ma senza distrarsi dal presente. Il passaggio alla fase esecutiva necessita di autorevolezza. L’Italia è molto più di un Expo. Roma non solo Colosseo e Foro romano. Come sempre l’idea generale nasce dalla somma delle tante particolari. Da quel che si vede continuano a mancare entrambe, tra scioperi e prese di posizioni.