Le banche europee hanno ancora bisogno di soldi, i bilanci non sono in ordine, devono essere ripatrimonializzate e quelle italiane non sono nemmeno le peggiori. Lo dice il Financial Times.

Banche europee

In realtà questo non è un problema né una novità, è da mo’ che conviviamo con questa situazione. Da un lato le autorità monetarie che pompano denaro per le banche, dall’altro le banche che continuano come se niente fosse a rappresentare il pozzo di San Patrizio dell’economia europea. Nel mezzo i risparmiatori e i cittadini pagatori di tasse, che stanno a guardare e tremano per i loro denari. Tutto cambia perché nulla cambi anche in Europa, non solo a Donnafugata.

In Italia accade anche di peggio. Oltre a Unicredit che in qualche modo dovrà trovare quasi 4 miliardi, il Fondo interbancario di tutela dei Depositi sta per intervenire a salvare un gruppo di banche in grave difficoltà per gestioni un po’ spericolate. Poi c’è il problema non da poco della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, accomunate da gravi perdite, da una sopravvalutazione delle azioni e da un urgente bisogno di trovare qualcuno su cui scaricare tutti questi debiti. Insomma il Pronto soccorso è ancora strapieno.

Le banche sono ancora in grave difficoltà. Sembra Mario Balotelli: perché sempre io? Perché da otto anni a questa parte il sistema bancario è sempre in difficoltà, non risolve i suoi problemi, nonostante tutti i soldi e tutti i mezzi che sono stati escogitati per reggere il loro moccolo? Perché i manager delle banche, nonostante quest’aria malsana, continuano a incassare retribuzioni e benefit come se nulla fosse? Perché i governi che si succedono, la Bce e la Banca d’Italia non chiudono una vota per tutte il problema? La situazione è così drammaticamente difficile (e allora perché non confessarlo apertamente?), oppure è un altro caso di «più pende più rende?».

Il fallimento delle istituzioni nel risolvere il problema delle banche in Europa e in Italia è sotto gli occhi di tutti e onestamente non è un titolo di merito, non riuscire a risolvere un problema così importante in quasi dieci anni, considerato che si è pagati – profumatamente – per questo. Pensare male è inelegante, ma forse a questo punto non ci resta altro. Che siano le banche a non voler essere salvate in un solo colpo? Forse che un intervento veramente risolutore implicherebbe anche costi e rinunce sul versante dei gruppi di controllo delle stesse banche? Forse che abbandonare la strada della medicina omeopatica praticata negli ultimi anni, che a piccole continue dosi ha spillato il denaro pubblico e ha riversato i costi degli azzardi e dei megacompensi dei manager sui consumatori, sarebbe un danno verso chi non deve essere danneggiato? C’è qualcosa che non ci viene detto dietro una politica di salvataggio delle banche che non salva nulla?

L’ora del rendez-vous però sta arrivando. Per ripartire l’economia europea ha bisogno anche delle banche. Ma anche le banche, come tutti gli altri soggetti economici di una società ormai globalizzata, devono accettare il principio generale che «non si distribuiscono pasti gratuiti» e che gli errori si pagano, non si fanno pagare agli altri.