“La disperazione è imperdonabile”. E per questo la Bobbio di Marco Bellocchio si trasforma in un giardino degli orrori, incapace di perdonare chi ha peccato. Sangue del mio sangue, l’attesa nuova opera del regista emiliano, sbarca oggi al Lido come terzo titolo tricolore del concorso. Una competizione a cui aveva promesso di rinunciare dopo la delusione di Bella addormentata e che Bellocchio, di ottimo umore davanti alla stampa italiana, così giustifica: “L’essere in concorso comporta un’attenzione maggiore da parte dei media e poiché domani usciamo in sala (in 100 copie, ndr) ho accettato la competizione. Inoltre mi sono detto, chi sono io per togliere ad altri artisti la possibilità di arrivare a un premio, mi sembrava un’arroganza non giusta”.

Il film è tra i più “formato famiglia” della carriera del cineasta, che ha scelto di inserirvi non solo la sua Bobbio ma ben tre membri della famiglia: i figli Piergiorgio ed Elena ed il fratello Alberto. Strutturato in due macro episodi intrecciati dalle reiterazione di alcuni attori, rievoca l’esemplare punizione alla muratura della suora peccatrice Benedetta (“Mi sono ispirato alla monaca di Monza”) ambientata nel XVII secolo e poi si sposta nella contemporaneità puntando l’attenzione su un conte “vampiro” autoreclusosi nelle antiche prigioni anche per evadere le tasse. La forma, che fa pensare alla libertà del “primo Bellocchio“, è spiegata dall’autore come “venuta da sé, senza fantasticherie o gratuità, perché uno cerca pur sempre di divertirsi con quello che fa, altrimenti rimbambisce. Se avessi alternato gli episodi all’americana avrei osato di perfezione, e non volevo fare un perfetto film americano. Diciamo che la forma di Sangue del mio sangue costituisce la sua stranezza, il suo carattere bizzarro”. Detto così, sembra che Bellocchio abbia voluto realizzare un divertissement intriso delle sue ossessioni tematiche: la religione, la famiglia, il potere, lo Stato, la colpa, il perdono, i fantasmi e – appunto – il sangue del suo sangue. Piergiorgio Bellocchio è, non a caso, il protagonista assoluto dando il volto a Federico, nel primo episodio un soldato di ventura che poi diventa prete e nel secondo episodio un investigatore privato di dubbia professionalità.

“Il rapporto tra me e Marco come “padre e figlio” si è costruito e confrontato sul set, quello è sempre stato il luogo in cui abbiamo trovato la nostra dimensione di intesa e di conflitto. Fare il cinema è sempre stata la sua vita ma ora è anche la mia. Negli ultimi 20 anni abbiamo cercato sul set il nostro rapporto e credo che questo film sia il raggiungimento di un affiatamento solido” spiega il primogenito del regista. Al centro, si diceva, ancora la chiesa come istituzione potente e sorda, almeno fino all’arrivo di qualche figura illuminata. “Lo sapete sono laico, ma ormai mi ritengo un moderato. Una volta il potere assoluto esercitato dal clero mi infastidiva senza pietà, oggi qualcosa sembra cambiato con questo papa di sinistra. Però non fatemi passare per un convertito, mi raccomando!”, scherza Bellocchio. Il regista, ormai settantaseienne, appare rilassato e perfettamente a casa al Lido di Venezia, dove riporta alcuni dei “suoi” attori di sempre: da Roberto Herlitzka (il conte vampiro e vampirizzato) ad Alba Rohrwacher (una delle sorelle Perletti), da Filippo Timi (il pazzo) a Federica Fracassi e Toni Bertorelli.