Migranti stazione Budapest 675

E’ inutile pubblicare la foto del bambino trovato morto sulla spiaggia turca. Dovremmo provare a lasciare almeno la dignità della morte a quel bambino, senza che perfino la sua morte, il suo cadavere, diventi un’immagine virale che serve a ricordarci quello che già sappiamo. Non lo sappiamo che in Siria c’è la guerra? Non lo sappiamo che centinaia di migliaia di persone sono morte sotto le bombe, in carcere e nelle maniere più orribili che solo la guerra può escogitare? Non lo sappiamo che nessuno stato concede il visto a un siriano e che questo fa sì che cerchino la salvezza per mare, affidandosi ai contrabbandieri?

Se quell’immagine del bambino, come quella del corpo decapitato dell’archeologo Khaled Asaad (compianto dai commentatori che seguono la notizia di moda del giorno e due giorni dopo già dimenticato) serve a ricordarci quanto siamo stati indifferenti in questi quattro anni di guerra in Siria e a darci una svegliata allora guardiamola il più possibile. Ricordiamoci, con consapevolezza, che la totale indifferenza verso la morte di oltre 250 mila persone in Siria è peggio della morte di questo bambino.

Poi, passiamo ai fatti nella vita reale. Chiediamo ai nostri politici, magari inviando lettere e formando comitati di cittadini solidali con la Siria (quelli che Padre dall’Oglio ha tanto auspicato) per smuovere le coscienze e provare a far finire questa guerra. Dopo essere scappati da un regime massacratore e dal fondamentalismo che spettacolarizza l’assassinio, i siriani oggi vengono ancora privati della loro dignità di vittime di guerra. Viene scritto sulla loro carne un numero per identificarli; vengono bastonati al confine della civile europa; muoiono per mare, pagando il biglietto per la loro tomba e umiliati nei paesi arabi in cui si sono rifugiati. Tutto ciò ricorda la nostra Storia, quella che ci viene insegnata per essere dimenticata.

Vi dico che oggi i siriani hanno bisogno di respirare l’aria della vita, uscendo da questo accerchiamento di morte che assedia la società siriana, la soffoca. I giovani siriani, che non hanno un volto per nessuno, vogliono emanciparsi e sconfiggere il fondamentalismo e il regime in nome di un paese per tutti – sfida difficilissima.

Come avevo scritto tempo fa per Raghad Hasoun, sono convinto che anche l’immagine del bambino morto sulla spiaggia, come quella di Huda che alza le mani davanti al fotografo, di Khaled Asaad e tutti gli altri, finisca fra qualche giorno nel cassetto dell’indignazione temporanea. Sfruttando queste ore di pubblica empatia con quel bambino, cominciamo a pensare che non dobbiamo trovare una soluzione alle conseguenze ma andare a monte. Come facciamo a far finire la guerra in Siria, così i siriani non devono andare per mare? Come facciamo a costruire una indignazione duratura e a identificarci con questi rifugiati? Quale può essere il nostro compito nell’esercizio della nostra cittadinanza attiva?

Queste sono alcune domande alle quali provare a dare risposta, altrimenti ci vediamo alla prossima strage.