La Cina è vicina, anzi vicinissima. Si intitola Jia, e vuol dire “casa”, ma anche famiglia, il film più lungo del 72esimo Festival di Venezia. Quattro ore e quaranta, 280 minuti scritto in cifre. Circa 250 gli spettatori entrati alle 11.30 e circa 150 quelli rimasti alle 16.10 finita la proiezione che ha inaugurato, fuori concorso, la Settimana della Critica, sezione collaterale della Mostra. E visto che si fa l’applausometro su tutto e tutti, Jia ha preso il suo onesto minutino di battimani. Il regista, Liu Shumin, all’opera prima come regolamento della Sic obbliga, ha 41 anni e ha fatto il direttore della fotografia in diversi set di cinema cinese, poi con il sentito supporto di Jia Zhang-Ke, l’autore già Leone d’Oro a Venezia per Still Life nel 2006, ha esordito dietro la macchina da presa per un’opera monstre, una maratona di resistenza che comunque fila via liscia in un lungo affresco familiare che si dipana in decine di inquadrature fisse, qualche camera car molto all’iraniana, e un vago sentore alla Ozu nel tema trattato.

Perché la Cina “popolare” che racconta Liu, anche autore dello script, montatore e scenografo, è lontanamente assimibilabile a quel Giappone del dopoguerra di Viaggio a Tokyo, dove l’anziana coppia di protagonisti per poter visitare gli indaffarati figli che stanno in città intraprendono un lungo viaggio che dalla provincia li porta nella modernità della rinascita urbana e sociale, ricacciandoli indietro esausti, tristi e perfino in fin di vita. In Jia, la musica e le parole non cambiano. I protagonisti, attori non professionisti, sono i vecchietti Liu e Deng, una coppia di settantenni, sposati ormai da mezzo secolo, che vivono in una piccola città della Cina interna. La loro è una famiglia tutto sommato ordinaria: la figlia maggiore, Liqin, divorziata con un figlio adolescente, vive con loro; la seconda figlia, Xiaomin, e il figlio minore, Xujun, vivono invece in grandi città lontane: chi sposato e con figli, chi senza. Xiaomin e Xujun, però, sono troppo occupati per far visita ai genitori; così Liu e Deng decidono di mettersi in viaggio per andarli a trovare e, soprattutto, tenere insieme la grande famiglia. “Ozu è uno dei miei maestri, ed è vero: la generazione di quegli anziani genitori in Viaggio a Tokyo somiglia molto a quella descritta nel mio film”, spiega il regista in sala dopo la proiezione. “Dirò di più, in qualche modo ho voluto raccontare i miei genitori, una generazione nata prima del 1949 che ha contribuito in maniera cruciale con il suo lavoro a far progredire la nostra società.

E’ una generazione che rimane sempre ottimista, da loro possiamo solo imparare”. Vero. In Jia c’è proprio questa differenziazione per sottrazione emotiva e psicologica tra i due settantenni che assicurano agli ipercinetici e web addicted figli e nipoti, quella sicurezza economica che nonostante l’ostentata ricchezza non permette loro di fare bambini – vedi il figlio Xujun -; ma è anche un incitamento alla vita, e alla speranza futura, nonostante il progresso dell’arrembante Cina dedita alla più rampante “finanziarizzazione” dell’economia sia finito per essere un autorigenerante e pallido sviluppo. Così tra ripetute azioni domestiche degli anziani, prolungate preparazioni di cene e pranzi, ecco il tinello con tv perennemente accesa, il traffico tentacolare e assassino sulle strade, il boom fuori misura dell’edilizia che ha portato alla speculazione immobiliare non solo nelle grandi città. Una serie di indizi antropologici che rendono la società cinese urbanizzata davvero tanto vicina a quella occidentale. “Nel nostro cinema attuale si tende a mettere al centro del racconto gli emarginati – continua Liu – io invece ho voluto raccontare anche questo eccesso nell’ambito immobiliare. E’ la verità, è quello che accade, descrivo nel dettaglio un mondo vero. E’ importante che il cinema parli di queste nuove generazioni, diverse da quelle dei loro padri e nonni, perché sono loro con tutti i loro limiti la grande massa sociale della Cina odierna”. Certo che a vedere dal cupo finale, che non sveliamo, ma che più tragico non si può, sembra che la sopravvivenza delle nuove generazioni cosiddette “moderne” vada materialmente, fisicamente a scapito di questi poveri vecchi.