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Il lunedì nero della borsa cinese ha fatto riversare fiumi di inchiostro sulle prime pagine dei giornali finanziari. Le critiche nei confronti del governo di Pechino sono tante e tutte sembrano avere la stessa matrice: la Cina è ancora comunista.

In un articolo del Financial Times, pur ammettendo che il panico che il crollo degli indici di borsa cinesi ha prodotto nel mondo era infondato, si accusa il governo di essere incompetente in materia finanziaria. Se è vero che in finanza ciò che conta sono i risultati, un motto che dal crollo della Lehman Brothers è diventato il mantra delle banche centrali e dei governi occidentali, allora il semplice fatto che venerdì Piazza affari cinese ha chiuso in attivo guadagnando più della metà di quanto è stato perso lunedì (– 8,5 per cento), basta per affermare che, almeno nel brevissimo periodo, il peggio è stato evitato.

Il problema di fondo è che la politica monetaria e finanziaria cinese sono imprevedibili. Naturalmente anche quella occidentale è poco chiara rispetto al passato, sappiamo se la Riserva Federale alzerà i tassi d’interesse o meno nelle prossime settimane? Assolutamente no. L’economia globalizzata condiziona le politiche delle singole nazioni a quelle delle altre, quindi un crollo degli indici cinesi della portata di quello di lunedì scorso può costringere la Riserva Federale americana a posporre l’aumento dei tassi, perché ha indebolito i mercati finanziari mondiali trascinando in rosso tutte le piazze affari, inclusa quella di Wall Street.

Ma in Occidente le relazioni tra banche centrali, governi e mercato finanziario sono molto ‘intime’. L’élite del denaro e quella della politica si muovono nelle stesse cerchie sociali. La gente parla e lascia intendere. Quindi è più facile farsi un’idea di quello che succederà. Ad esempio, nessuno mette in dubbio che la Banca Centrale Europea continuerà a sostenere la Grecia. Certo anche da noi ci sono le sorprese, nessuno si aspettava che la Banca centrale svizzera abbandonasse da un giorno all’altro la difesa del tasso di cambio franco nei confronti dell’euro. Ma in generale, questo tipo di evento straordinario è raro.

Diverso è il discorso nei confronti dell’élite cinese. Nessuno vanta un legame abbastanza stretto per poter ‘prevederne’ le mosse. Senza parlare della struttura mista dell’economia, dove decisioni a carattere ‘socialista’, come la svalutazione dello Yuan e l’abbandono del pegging con il dollaro, possono essere prese senza alcun problema.

Sarebbe meglio ammettere che il sistema cinese è diverso da quello occidentale e proprio a causa di queste diversità strutturali funziona in un altro modo. Sicuramente la svalutazione ed il crollo degli indici di borsa fanno parte del meccanismo di aggiustamento cinese, la svalutazione, ad esempio darà impeto alle esportazioni ed il crollo finanziario ha sgonfiato la bolla. Per ora tutti questi aggiustamenti sembrano funzionare, la Cina ha rallentato la sua corsa verso lo sviluppo, ma mantiene ancora un tasso del 7 per cento, che noi occidentali non ci permettiamo neppure di sognare.

Tra le tante critiche mosse alla politica di Pechino questa settimana c’è la perdita della fiducia dell’investitore occidentale, che con il crollo di lunedì ha perso bei soldi. Si vuole ammonire la Cina che se continua così allora non vedrà più in borsa i nostri soldi. Nessuno riflette che forse la bolla è legata proprio a questo, al massiccio ingresso degli investitori globali nel mercato finanziario cinese grazie al progressivo processo di liberalizzazione, un fenomeno che Pechino ha sempre temuto. Forse un’interpretazione alternativa è la seguente: il crollo non vuole solo sgonfiare la bolla ma ripulire la piazza dalla speculazione occidentale. Staremo a vedere.