Josef Wesolowski

Dalla morte di Jozef Wesolowski, l’ex nunzio apostolico sotto processo in Vaticano per pedofilia e pedopornografia, escono sconfitte due persone. La prima è l’ex diplomatico della Santa Sede per il quale si prospettava verosimilmente entro il 2015 una condanna a 10 anni. Pena che molto probabilmente sarebbe stata di fatto convertita negli arresti domiciliari consentendo così a Wesolowski di trascorrere l’ultimo scorcio della sua vita in Vaticano, nella stanza numero 5 del Collegio dei Penitenzieri, lì dove poi è stato trovato morto.

Il secondo sconfitto è Papa Francesco. Da parte di Bergoglio verso l’ex nunzio apostolico non c’è mai stato nessun tipo di accanimento, quasi come se la sua molto probabile dura condanna espiasse in un attimo i migliaia casi di pedofilia da parte del clero sparsi nel mondo insieme alla copertura di tanti, troppi vescovi. Neppure quando il Pontefice ha dato il suo assenso all’arresto di Wesolowski c’era da parte sua la volontà di trasformare il presule nel capro espiatorio della pedofilia ecclesiale di ieri e di oggi. Sull’argomento Francesco era stato chiarissimo usando sempre parole molto dure: “Tolleranza zero”; “È come le messe nere”; “Non ci saranno figli di papà”.

Bergoglio era consapevole che il processo penale per Wesolowski, dopo quello canonico che lo aveva ridotto allo stato laicale, avrebbe sicuramente avuto la valenza di un importante precedente. Ma accanto al singolo caso, seppure, come hanno attestato numerose vittime , tra i più aberranti che le cronache abbiano portato alla luce, il Papa ha messo in moto una serie di riforme per contrastare la pedofilia. La più importante è stata l’istituzione di una nuova sezione giudiziaria, all’interno della Congregazione per la dottrina della fede, per processare i presuli che vengono denunciati per abuso d’ufficio episcopale per casi di violenza sessuale dei loro preti sui minori

Se da un lato la morte di Wesolowski lascia incompleta la vicenda giudiziaria che lo ha travolto, senza rendere giustizia alle numerose vittime, dall’altro dimostra la difficoltà di “purificare” la Chiesa partendo dalla sua “sporcizia” più grande, per usare un’immagine cara all’allora cardinale Joseph Ratzinger. La vera battaglia di Francesco, al di là dei successi diplomatici in Medio Oriente e nella sua America, si svolge all’interno delle mura vaticane. Non a caso è proprio contro la Curia romana, non amata, per usare un eufemismo, dall’allora cardinale Bergoglio, che il Papa si è scagliato duramente diagnosticandole ben 15 malattie. Ed è quella Curia, da sempre in affanno davanti ai cambiamenti, che Francesco vuole riformare attraverso il prossimo Giubileo straordinario della misericordia. Ci riuscirà?