Ungheria, migranti che oltrepassano il confine metallico serbo-ungherese

Scrive la sociologa Fatima Mernissi che “il confine è una linea invisibile nella mente dei guerrieri. Tutto quello che serve sono soldati che costringano la gente a crederci. Il confine sta nella mente di chi ha potere”.

Sono quasi 60 milioni i migranti forzati secondo il rapporto global trends 2014 dell’Unhcr (Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati). Si muovono prevalentemente perché, negli ultimi cinque anni, sono scoppiati o si sono riattivati almeno 15 conflitti: otto in Africa (Costa d’Avorio, Repubblica Centrafricana, Libia, Mali, nord-est della Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e quest’anno Burundi); tre in Medio Oriente (Siria, Iraq e Yemen); uno in Europa (Ucraina) e tre in Asia (Kirghizistan, e diverse aree del Myanmar e del Pakistan).

Ho visto, condiviso giorni di vita e più semplicemente lavoro con Soleterre in 5 di questi Paesi citati dal rapporto. Pochi sono i fondi investiti dai governi (e in trend decrescente quindi non interessa politicamente) e per fortuna non mancano (ma sono insufficienti) i fondi che raccogliamo da privati (aziende e individui) che vogliono investire perché le persone non siano costrette a scappare. Perché possano restare “a casa loro” senza fuggire dalla loro terra e dai loro affetti.

In tutto il mondo, una persona ogni 122 è attualmente un rifugiato, uno sfollato interno o un richiedente asilo. Se i 59,5 milioni migranti forzati nel mondo componessero una nazione, sarebbe la ventiquattresima al mondo per numero di abitanti. Lo dice sempre l’Unhcr e chiede, e concordo, un cambio di paradigma sulle politiche migratorie. Aggiungo io, occorre un cambio di paradigma nella visione delle politiche distributive. L’attuale sistema economico mondiale è strutturato in modo tale da garantire il costante saccheggio delle risorse dei paesi del Sud del mondo (in termini di materie prime, risorse naturali, risorse finanziarie e risorse umane formate e qualificate) da parte dei paesi dell’area Ocse (ed ora, sempre di più, anche da parte della Rep. Popolare Cinese). Tale sistema è stato costruito dalle potenze mondiali occidentali tra gli Anni Sessanta e gli Anni Ottanta del Novecento, di pari passo con il processo di formale “decolonizzazione” dei Paesi del sud del mondo, al fine di garantirsi il costante approvvigionamento a basso costo di preziose risorse naturali, nonché un continuo afflusso di capitali. Il drenaggio delle risorse dei paesi poveri avviene essenzialmente attraverso due strumenti:

1)  il servizio del debito estero;

2)  una rete di “paradisi fiscali” (della quale fanno parte anche Paesi come Usa e Uk).

Fino a quando i due meccanismi di cui sopra saranno operativi, ogni intervento di sviluppo o di alleviamento delle sofferenze delle popolazioni più povere del pianeta rischia di essere vanificato dai meccanismi del “Sistema”. Non basteranno mai tutte le Ong del mondo a evitare che le persone siano costrette a scappare. Occorre un’assunzione di responsabilità (e di investimenti) da parte di chi ha causato storicamente e continua a causare (neoliberismo selvaggio) la rovina di milioni di persone (inclusi noi dei “paesi ricchi” ultimamente).

Pertanto davanti all’esodo di milioni di uomini donne e bambini non serviranno né muri né politiche demagogiche (“spariamo al barcone o chiudiamo le frontiere”) ma una restituzione di quello che è stato tolto e interventi di sviluppo economico finalizzati a garantire una riduzione dell’evasione fiscale (confermato dalla conferenza Oxfam di luglio di Adis Abeba) delle multinazionali e dei singoli individui nei diversi Paesi. Vedi Italia. In alternativa sarà solo guerra. Perché ogni muro che sale è un muro che sarà abbattuto.

 *ringrazio per alcuni spunti al post Riccardo Facchini