Ci sono fantasmi della cronaca che popolano i nostri incubi mediatici, ma di cui in verità sappiamo poco o nulla. Per esempio gli scafisti. In “Mare Monstrum, Mare Nostrum – Migranti, scafisti, trafficanti. Cronache dalla lotta all’immigrazione clandestina” (Utet), la giornalista Cristina Giudici si addentra “nel backstage dell’emergenza umanitaria” raccontando l’attività del Gicic, sigla più altisonante delle risorse effettivamente assegnate che sta per Gruppo interforze di contrasto all’immigrazione clandestina, istituito nel 2006 presso la Procura di Siracusa per raccogliere informazioni sui trafficanti di esseri umani, guidato dal sostituto commissario Carlo Parini, “burbero ed estroso”, vero protagonista del racconto. E chissà come la prenderebbero Salvini e soci se venissero a sapere che un’altra colonna portante del Gicic è, di fatto, un estroverso e ciarliero kebabbaro marocchino che sforna le sue delizie a Ortigia, il centro storico di Siracusa: Abdelaziz Mouddih detto Aziz, interprete, consulente della Procura, ma soprattutto preziosa antenna sul territorio dove si concentra la maggior parte degli sbarchi di migranti.

“Tutti noi abbiamo visto i volti di quell’umanità dolente arrivata in Italia”, scrive l’autrice. “Immagini ripetute di continuo, in televisione, che provocano paura o smarrimento,
ma che non ci fanno capire che cosa accade prima, durante e dopo gli sbarchi”. Come spesso accade nelle tragedie di massa, le storie delle vittime tendono a somigliarsi, ma chi sono davvero i carnefici? Le indagini del Gicic e di altri inquirenti di frontiera ci restituiscono alcuni ritratti. C’è per esempio il boss eritreo Jamal Saudi (“il saudita”), uno che “sa tutto delle leggi italiane e sa come sfruttarle a suo favore”, così, “raccomanda ai profughi di non farsi identificare, di rifiutare il fotosegnalamento per poter poi organizzare le fughe dai centri di accoglienza e trasferirli in altri paesi europei”. C’è il suo scagnozzo, il ventenne Abrah Filipos, faccia da bravo ragazzo, che in un’intercettazione si lamenta che un naufragio ha fatto perdere “soldi e robba“, dove la “robba” è la merce umana affogata. C’è il figlio di un boss della mafia egiziana arrestato nella pizzeria del Nord Italia in cui lavorava per darsi una copertura. E c’è la bella eritrea “Madame Gennet“. Accusata dall’unica superstite di un gommone carico di cadaveri intercettato al largo delle coste siciliane, arrestata a Tripoli ed estradata in Italia grazie a una laboriosa trattativa con l’allora presidente Gheddafi, finita nel carcere di Civitavecchia, “ne è poi uscita tre anni dopo, grazie all’indulto”.

Sono indagini difficili quelle sugli scafisti, spesso responsabili di deliberati massacri a poche miglia dalle nostre spiagge. La squadra di Parini lavora in silenzio nel frastuono dei talk show sull'”emergenza sbarchi”: alla notizia di nuovi “arrivi” si precipita sul posto, interroga i nuovi arrivati, archivia nomi, volti, fatti, testimonianze, persino i miseri oggetti sopravvissuti ai proprietari. Per fare chiarezza su uno sbarco i cui conti non tornavano, un’ex prostituta nigeriana affrancata dallo sfruttamento è stata infiltrata in un centro di accoglienza come insospettabile agente segreto al servizio della Repubblica. Così, racconta Giudici, “si viene a scoprire che quel gommone si era trasformato in una sorta di nave di folli. I passeggeri si erano trovati divisi in due: il branco dominante, vedendo i viveri che si razionavano e l’acqua che scarseggiava, aveva iniziato a gettare i più deboli in mare”. Tredici assassinati, cinque condanne all’ergastolo ottenute anche grazie a quell’improbabile 007.

Mare Monstrum, Mare Nostrum” non è però un libro di taglio giudiziario, anzi Cristina Giudici, collaboratrice del Foglio e di altre testate, si precisa “garantista” e non nasconde la sua iniziale ritrosia a farsi spiegare il mondo da sbirri e toghe. Attraverso il racconto in presa diretta del lavoro di Parini e di altri investigatori, però, ci lascia intuire le forme di una nuova criminalità organizzata transnazionale che ha i padrini in Libia, in Egitto e in altri Paesi africani ma le braccia già ben ramificate in mezzo a noi. E ci suggerisce che dovremmo preoccuparci un po’ meno di quelli che sbarcano e un po’ più di quelli che imbarcano.

LA FRASE. “Fra qualche mese si parlerà di ‘scontro di civiltà’ a bordo di un barcone, di cristiani gettati in mare da migranti musulmani, e i miei mentori mi chiameranno per confermare ciò che già ho imparato nel corso del mio soggiorno siciliano: in mare ci si ammazza per paura, per follia, per mancanza di viveri e di acqua (…). Non certo per la fede in un Dio diverso: il fondamentalismo religioso è un lusso che appartiene alla terraferma”.