La vicenda di Luca – l’uomo di quarant’anni aggredito insieme ad un amico in un autobus a Genova, perché scambiato per gay – è paradigmatica per alcuni aspetti della questione omosessuale, per come è stata narrata e affrontata dagli attori politici e sociali. È inoltre una sorta di cartina al tornasole di come l’Italia odierna, ancora nel 2015, affronta la diversità basata sull’orientamento sessuale. Cercherò di essere puntuale, per meglio chiarire la complessa problematica intrinseca a quanto accaduto.

Grave, innanzitutto, il comportamento dell’autista che ha preferito “farsi i fatti propri”, secondo quanto dichiarato. Tale atteggiamento denuncia una sostanziale indifferenza – e forse anche una comprensibile paura, di fronte a un’aggressione – della nostra società rispetto a un certo declino sociale. Non è nuovo questo tipo di atteggiamento di fronte a violenze di matrice omofoba. Pare che sia passato il discorso che questo tipo di fatti rientri in un insieme di fenomeni che non riguardano la collettività. Come se fosse, appunto, solo “roba da froci”. Forse siamo di fronte al trionfo dell’individualismo esasperato, a discapito di valori sociali condivisi, primo tra tutti il rispetto dell’individuo e della sua integrità. Accade, sia chiaro, anche di fronte ad altre forme di violenza, quali risse, stupri, ecc. Questo non deve indurci a fare gesti sconsiderati o esporci a eroismi rischiosi, ma non possiamo nemmeno far finta di nulla. Esistono le forze dell’ordine ed è dovere civico chiamare aiuto. Ci sarebbe da verificare quanto abbia inciso sul “farsi i fatti propri” quell’atteggiamento tipico di certa cultura, anche politica, che porta a considerare le persone omosessuali come estranee dal resto della comunità.

Si entra poi nello specifico dell’omofobia sociale, ovvero quel dispositivo di salvaguardia della massa dei “normali” rispetto a una minoranza percepita e descritta come pericolosa. La ragazza che ha scatenato la rissa ha visto nella vittima – a torto, in tal caso – colui che stava mettendo a repentaglio la sua relazione. Per una tragica ironia, quel dispositivo è scattato non di fronte a un rischio concreto, bensì al cospetto di un soggetto percepito come “fuori norma”. In altri termini: l’omofobia, che servirebbe a difendere gli eterosessuali dal “pericolo gay”, non solo non esegue il suo compito, ma mette a serio repentaglio anche gli appartenenti a quel gruppo sociale che dovrebbe proteggere. Questo basterebbe a dimostrare, da solo, che è un dispositivo naturalmente sbagliato.

C’è poi, di seguito, la responsabilità morale di chi descrive l’omosessualità come fenomeno capace di distruggere la famiglia e l’equilibrio garantito dall’eterosessualità, a cominciare da certe piazze romane. La ragazza si è sentita minacciata al punto tale da mettere in pericolo la vita di un altro essere umano. “Gay di merda, che cazzo guardi, il mio fidanzato?” sono state le sue parole. Ne consegue che o quella donna non ha abbastanza fiducia del rapporto con il suo uomo, al punto tale da pensare che basti uno sguardo di un altro per renderlo infedele, oppure ha dato credito (più o meno inconsciamente) a chi racconta le persone Lgbt come capaci di demolire relazioni amorose e strutture sociali. Chi descrive noi persone omosessuali e i nostri affetti come pericolosi per la comunità genera quell’humus in cui poi si concepiscono e si concretizzano certe violenze. E di questo, prima o poi, qualcuno dovrà risponderne.

Un ultimo aspetto riguarda, infine, la tanto osteggiata legge contro l’omofobia, spacciata come ennesimo e presunto privilegio per omosessuali. “Non si capisce perché picchiare un gay dovrebbe essere più grave”, così è stato detto più volte in certi dibattiti pubblici. Una legge seria, a ben vedere, se approvata avrebbe reso giustizia a quell’uomo – che è etero – in sede penale, non solo perché picchiato ma perché aggredito in modo brutale per questioni relative all’orientamento sessuale, attraverso le dovute aggravanti rispetto a quanto già previsto dal codice. Adesso, semmai saranno presi i suoi aggressori, avrà giustizia a metà.

Il caso di Genova smentisce dunque le bugie di chi, in nome di una presunta libertà di pensiero, veicola sentimenti discriminatori contro la minoranza Lgbt. E dimostra che non possiamo più permettere a certa gente di fare il bello e il cattivo tempo rispetto a questioni che riguardano l’umanità, il diritto e la giustizia non di una minoranza, ma di tutto il corpo sociale.