bomba atomica interna nuovaAlla radio usciva la voce di Louis Armstrong, straordinario ossimoro musicale, ruvido ma caldissimo, inarrivabile espressione di What a Wonderful World. Nulla è efficace come un concetto espresso attraverso i contrasti. Così, mentre un sentimento di soave dolcezza si impadroniva degli ascoltatori, la nostra mente si rendeva conto di essere in tutt’altre faccende affaccendata.

È difficile – con la vita che facciamo – riuscire a staccarsi dai piccoli o grandi problemi materiali quotidiani, si chiamino, euro, disoccupazione, Renzi, corruzione, mafia, crisi economica, suicidi, migranti che muoiono come mosche, tedeschi cattivi, greci lazzaroni, italiani incorreggibili… Ma là in fondo, in un televisore, in una pagina web, appariva nei toni di un bianco ultraterreno, una delle tante fotografie della prima bomba atomica che esplode sopra Hiroshima, con tutte le sue urla, i suoi pianti e i suoi silenzi inutili. Allora addio Renzi, addio piccole grandi disgrazie giornaliere, tutto tornava piccolo e insignificante, si faceva strada il bisogno di pensieri più alti, più profondi.

Sono convinto che una delle più grandi lacune della cultura contemporanea sia quella di aver spinto gli uomini a occuparsi in misura esagerata delle questioni materiali, di lasciare poco spazio alle riflessioni di fondo, ai problemi di lungo periodo. Voglio fare un esempio molto terra terra, banale e che forse farà storcere il naso a qualcuno: quanti prima di scegliere di crearsi una famiglia, di diventare genitori si chiedono sarò un buon padre? Sarò una buona madre? Ho le capacità, il senso di responsabilità, la forza morale e fisica per accompagnare nella vita una nuova creatura? Quanti invece si chiedono semplicemente, avrò il denaro per offrirgli gli standard di vita che desidero? Ma che cosa è più determinante? In realtà non possiamo nemmeno affrontare nessun problema quotidiano se non abbiamo in qualche misura (esplicita o implicita) una consapevolezza di lungo periodo, e in ogni caso, prima o poi tutti sentiamo il bisogno di pensare a questioni di fondo.

Le questioni di fondo ci rendono tutti più buoni, perché ci fanno vedere le nostre miserie dall’alto. Hiroshima non ci fa dimenticare che in questo momento probabilmente abbiamo il peggior governo della storia repubblicana, ma ci restituisce le dimensioni reali dei problemi, ci toglie ogni odio, ogni ostilità, ogni violenza, anche verso i molti che quotidianamente ci fanno violenza dai loro posti di comando.

Per un attimo – poi tutti torneremo ad occuparci di piccole disgrazie – davanti all’immane tragedia dell’uso della forza atomica per finalità belliche, dello sfruttamento della conoscenza scientifica per finalità di distruzione di massa, della violenza alla natura per scopi criminali, finiamo per comprendere la reale gerarchia dei problemi e ci rendiamo conto definitivamente che la cosa più importante (tra le tante) non è cacciare via i corrotti e i ladri, ma costruire un mondo migliore, ispirato da principi morali condivisi e non dalla legge del più forte. E non dimenticare che anche per poter raggiungere le cose più piccole si deve puntare alle grandi. Come disse Steve Jobs (parafraso): non concluderai mai nulla se non punti a cambiare il mondo.

Che società desideriamo? Siamo tutti d’accordo che tutti i principi sono eguali, compreso il principio della democrazia, al punto di poter accettare di vivere in società costruite sulla dittatura dei pochi sui molti e sulla violenza? Condividiamo questo modello di convivenza fondata sulla competizione? Siamo certi che la strada di tutela della libertà individuale che ci dicono che stiamo perseguendo, in effetti stia proprio cercando di raggiungere gli scopi che dichiara o invece non ci stia portando altrove? Siamo sicuri che la globalizzazione debba significare per forza fare come fanno gli altri (in molti casi senza nemmeno sapere cosa fanno gli altri)?

Sono poche domande ma sono il segnale che l’immane tragedia della seconda guerra mondiale e del suo epilogo disastroso ci suggeriscono. Dobbiamo pensare più spesso alle questioni di fondo se vogliamo evitare le distruzioni del passato. Il mondo è meraviglioso dunque, perché le possibilità di fare sono infinite se sappiamo pensare in grande.

Nel giorno tristissimo di Hiroshima avvertiamo anche il piacere e l’ebbrezza della possibilità di creare un mondo migliore. Le rovine che abbiamo dinnanzi – l’Italia oggi non è Hiroshima dopo la bomba, ma è certamente un paese da ricostruire daccapo, non da aggiustare a spizzichi e bocconi – sono la testimonianza della necessità di uscire dalle piccole questioni e di impegnarci con maggiore forza e frequenza anche sulle grandi, per avere un futuro migliore.