Il ritorno dell’Alfa Romeo negli Stati Uniti, dopo venti anni di assenza, è forse una delle operazioni più ardite di tutta la storia dell’automobile. Gli obiettivi sono importanti, le aspettative alte e i prodotti (per ora) pochi. La 4C, sia berlinetta che Spider, è in vendita da poco più di un anno ma è un antipasto tanto gustoso quanto raro e i dealer hanno dovuto bloccare le prenotazioni perché non riescono a far fronte a tutte le richieste. La Giulia è stata presentata da un mese, ma solo nell’estrema versione Quadrifoglio e quella “normale” non arriverà prima della primavera 2016. Così, nell’attesa di avere qualcosa da vendere bisogna reggere la pressione degli appassionati, dei media e pure degli analisti, visto che il rilancio dell’Alfasecondo i piani, otto nuove auto, 400.000 pezzi da vendere ogni anno, di cui 150.000 in Usa – costa qualcosa come 6 miliardi di dollari. Reid Bigland, 48enne canadese ex-giocatore di hockey su ghiaccio e appassionato di body building, sembra avere il physique du role per farlo.

Bigland è a capo di Alfa Romeo North America, un compito tanto onorevole quanto difficile, è il manager dalle spalle larghe che Sergio Marchionne in persona ha scelto per questa missione “È meglio che non alziate la cresta con questo ragazzone”, ha detto l’ad di FCA sogghignando, ma non sono certo le doti fisiche ad averlo convito a puntare su un canadese come lui. Bigland, infatti, ha dimostrato il suo valore dirigendo prima il brand Dodge e poi la divisione RAM Trucks, portando risultati anche negli anni in cui la Chrysler non se la passava bene. E poi non ha paura di esporsi, dichiarando, per esempio, che la Giulia sarà meglio della BMW Serie 4 e delle altre concorrenti tedesche. Sicurezza dei proprio mezzi o presunzione? Il confine è molto sottile, ma nel caso di Bigland la genuinità sembra prevalere, come emerge dall’intervista che ha rilasciato al Detroit News.

Dopo un paio di domande di “riscaldamento”, in cui è venuto fuori che la sua prima auto è stata una Chevrolet Impala del 1979, che da ragazzo andava matto per le Corvette, ma che ora (ovviamente) guida solo auto FCA: una Jeep Grand Cherokee, una Wrangler e una Dodge Charger Hellcat, per la precisione; dopo una parola dolce per Marchionne – “Lavorare con lui è un onore, ho imparato tantissimo negli ultimi sei anni” – Bigland ha iniziato a mostrare i muscoli: “Sono molto competitivo in ogni cosa che faccio, le nostre vendite negli Usa crescono da 62 mesi di fila, mentre in Canada siamo i primi sul mercato. Se lo avessi detto nel 2009 mi avreste dato del pazzo”. Sul futuro dell’Alfa Romeo, poi, ha manifestato il solito ottimismo, tra uno sguardo al passato – “In 105 anni di storia l’Alfa ha creato le auto più belle e più veloci, vogliamo farla tornare quello che era” – e uno al presente: “La 4C rappresenta il meglio delle Alfa del passato e tutto ciò che vogliamo essere in futuro; è unica, ci sono solo cinque auto al mondo come lei e costano tutte più di un milione di dollari”, contro i 57.000 della coupé italiana.

Interessanti anche le sue dichiarazioni sulla strategia: “In Europa abbiamo segregato mille persone che lavorano guidate da due ingegneri ex-Ferrari avulsi dal mercato di massa, perché se vuoi essere un player credibile nel lusso non puoi pescare nel secchio dei componenti comuni; se proprio dobbiamo sfruttare qualche sinergia dentro FCA lo facciamo solo con Ferrari e Maserati”. La sua energia positiva è quasi contagiosa e ne occorrerà parecchia per centrare gli obiettivi, considerando che nei primi 40 anni di presenza in Usa, l’Alfa Romeo ha venduto in media meno di 5.000 auto all’anno, con il record di 8.200 nel 1986. Richard Truett, giornalista di Automotive News, ha chiesto il perché di questi numeri risibili a Craig Morningstar, ex-responsabile delle pubbliche relazioni di Alfa Usa: “In Italia non sono mai stati troppo interessati a vendere negli Stati Uniti. Bisognava spendere per adeguare le auto alle regole su emissioni e sicurezza, ma anche per avere una rete di vendita idonea. L’Alfetta GTV6 era richiestissima negli States, ma non ne producevano abbastanza, preferivano mandarle in Germania, dove tutto era più semplice”.