Domenica scorsa vi è stato l’ennesimo scontro tra Palestinesi e forze di polizia israeliane alla Spianata delle moschee, ovvero nel compound della moschea di al-Aqsa, terzo luogo sacro dell’Islam dopo i santuari della Mecca e Medina. Scontri e tafferugli si ripetono con monotona periodicità nei Luoghi Sacri di Gerusalemme, dove a pochi metri si trovano giustapposti tutti i santuari più sensibili dell’ebraismo e dell’Islam. Il Luogo ricopre un forte valore simbolico per entrambi i popoli, che se ne disputano la proprietà e l’eredità spirituale, secondo due narrative storiche fortemente contrastanti.

Secondo la tradizione ebraica, il Muro del Pianto sarebbe infatti l’ultimo residuo ancora intatto dell’antico Tempio, due volte andato distrutto per opera di popoli conquistatori. Il fatto che gli scontri di domenica scorsa siano coincisi proprio con la festa ebraica – Tisha b-‘av – che commemora la doppia distruzione del Primo (distrutto nel 586 a.C.) e del Secondo Tempio (70 d.C.), a cui si fa impropriamente risalire la conseguente dispersione del popolo ebraico nella diaspora, non sarebbe, dunque, affatto casuale: durante tale festa, infatti, gli ebrei ortodossi più zelanti chiedono di entrare nel cortile della Moschea per pregare nel luogo esatto dove sarebbe sorto il Tempio. Tale richiesta, che contravviene il principio della segregazione spaziale tra ebrei ed arabi nei Luoghi Sacri –seppure i rispettivi santuari siano distanti pochi metri- genera tensioni, contravvenendo in parte simbolicamente allo status quo.

Secondo la tradizione islamica, invece, la moschea di al-Aqsa sarebbe stata eretta per commemorare il viaggio del Profeta Maometto in sogno sul Buraq, il mitico destriero alato, a Gerusalemme, che marca simbolicamente un riallacciamento della religione musulmana alle fonti delle due precedenti religioni abramitiche. Al di là dell’aspetto religioso, però, è il carattere storico della continuità della presenza palestinese a Gerusalemme il principio che viene difeso con forza dai Palestinesi, oggetto di un’occupazione severa che vorrebbe cancellare qualsiasi legame di appartenenza degli arabi alla città. Lo status quo, che prevede l’accesso regolato alla moschea da parte di non-musulmani, nega però agli ebrei, salvo occasioni particolari, di pregare nel cortile della moschea, per evitare scontri diretti tra i fedeli dei due culti.

Il pragmatico Azzam al-Khatib, direttore del Waqf (ovvero della proprietà islamica) della Moschea di al-Aqsa, aveva chiesto alla polizia israeliana di proibire l’ingresso a un gruppo di fedeli ebrei estremisti a ridosso della festività di Tisha b’Av, ma il suo appello è rimasto inascoltato. Nella ricostruzione della dinamica che ha portato agli scontri, la polizia israeliana ha dichiarato che un gruppo di fedeli musulmani si sarebbe trincerato la notte prima nel cortile della moschea in attesa della visita dei fedeli ebrei la mattina successiva: gli agenti di polizia sarebbero, dunque, intervenuti in tenuta antisommossa la mattina presto per evitare scontri e detenere i soggetti potenzialmente violenti e sarebbero stati assaliti da lanci di pietre operati dai giovani palestinesi barricatisi dentro. L’operazione avrebbe condotto all’arresto di sei persone e al ferimento di altre.

Che i giovani palestinesi abbiano risposto con violenza, coprendosi i volti con le keffieh e lanciando pietre all’ingresso della polizia è sicuramente un dato di fatto, ma il cuore del problema non è tanto capire perché i Palestinesi abbiano reagito ad una palese provocazione, ma perché la provocazione sia stata possibile e giustificata dal governo israeliano, soprattutto in un momento in cui le tensioni regionali sono già alte. La risposta è che il governo di coalizione di estrema destra presieduto da Nethanyahu non solo non si è opposto, ma ha attivamente sostenuto l’azione, nella persona del ministro dell’Agricoltura Uri Ariel, afferente al partito della Casa ebraica, che vi avrebbe partecipato in prima persona, visitando assieme a 70 fedeli ebrei sorvegliati da circa 150 poliziotti la Spianata delle Moschee. Un gesto che ben rievoca quello compiuto da Ariel Sharon il 28 settembre del 2000, scatenando la Seconda Intifada: l’unica differenza era che allora Sharon era a capo dell’opposizione – anche se l’anno successivo sarebbe stato eletto Primo Ministro-, mentre oggi la “passeggiata” sarebbe opera di membri del governo.

Se, tuttavia, questa volta a questo atto di arroganza israeliana non seguirà una Terza intifada è solo perché i Palestinesi sono ormai troppo deboli, divisi e scoraggiati rispetto alla propria leadership politica (sia di Hamas che di Fatah), all’ Autorità Palestinese, all’assenza di democrazia e al fallimento della Primavera araba egiziana, e perché lo scoraggiante panorama regionale non lascia loro alcuna speranza di ottenere uno Stato palestinese nel breve o medio termine.