“Vorrei riuscire a scrivere qualcosa che abbia un senso ma non posso perché un senso, questa vicenda, non ce l’ha. Sono io la ragazza dello stupro della fortezza, sono io” con queste parole comincia la lettera della ragazza dello stupro della Fortezza da Basso che è stata pubblicata sul sito Abbatto i Muri a cui la donna l’ha inviata.

Una ragazza di 23 anni, nel 2008, denuncia di essere stata violentata da sei uomini dopo una festa, vicino la Fortezza da Basso. La Corte di Appello di Firenze ha scagionato, in secondo grado, i sei imputati con delle motivazioni più che discutibili quali: “la vicenda è incresciosa, ma penalmente non censurabile. La giovane era presente a se stessa anche se probabilmente ubriaca, l’iniziativa di gruppo comunque non fu ostacolata”. Non commento, è la logica a farlo di sua iniziativa e molto meglio di quanto saprei fare io.

L’invito è a leggere per intero questa testimonianza, a prendersi disarmati il pugno nello stomaco che viene mitragliato dalle parole di questa donna che non si vuole arrendere, ma che rimane (e noi insieme a lei) incredula di fronte alle conseguenze personali, sociali e legali di quella notte e che vanno oltre quelle dello stupro.

Anche questa è la nostra Italia, dove ancora oggi donne che denunciano le violenze subite non solo non vengono credute, ma anche diffamate, vite distrutte due volte, vite violentate per sempre. No, non ci rendiamo conto di cosa questo possa significare, possiamo solo provare ad immaginarlo, ma la realtà delle donne che vivono tutto ciò, sono certo, supera qualsiasi fantasia. La prima violenza è carnale ed immediata, la seconda è subdola e prolungata, entrambe devastanti, entrambe si rinforzano a vicenda, una corda stretta intorno al collo della vittima e che tira a destra e a sinistra, soffoca senza ammazzare.

La violazione di un corpo senza il consenso di chi in quel corpo ci vive è una delle peggiori esperienze che si possano subire. La persona viene privata di qualcosa che potrebbe non recuperare mai più, perde la sua intimità, il suo rapporto unico e privilegiato con la propria carne, con quel che delimita materialmente il suo essere. Non riesco a trovare parole che possano descrivere il vissuto ed il dolore di uno stupro, provate a soffermarvi sulle immagini e le sensazioni che questa parola evoca, sono molto più esaustive di qualsiasi altro tipo di rappresentazione. Pronunciate ad alta voce la parola stupro! Cosa vi viene in mente? Cosa accade nel vostro petto, nelle vostre articolazioni? Non so cosa avviene dentro di voi, ma so cosa avviene dentro di me e mi viene da allontanare tutto quanto mi sgorga dentro, mi confronto con l’inaccettabile e ne esco perdente.

Il lavoro dei centri antiviolenza è essenziale e vicende come queste ne fanno capire sia l’importanza sia le enormi difficoltà in cui le operatrici si imbattono, per questo necessitano del supporto continuativo di uno Stato presente al problema. Sempre dalla lettera: ”Essere vittima di violenza e denunciarla è un’arma a doppio taglio: verrai creduta solo e fin tanto che ti mostrerai distrutta, senza speranza, finché ti chiuderai in casa buttando la chiave dalla finestra”. Accettare tutto questo significa essere complici. Questa vicenda un senso non ce l’ha, sono d’accordo, ma quello che ha sono delle responsabilità, dei singoli e collettive. Ogni volta che si toglie la dignità ad un essere umano si toglie dignità a tutto il genere umano.