Secondo classiche storielle sugli abitanti di Cuneo (bersaglio di facezie alternativo ai carabinieri) non era prova di particolare intelligenza l’uso locale di colmare una buca con il materiale ricavato dallo scavo di un’altra, a fianco. Ebbene, almeno in tali pratiche Bruxelles sembra essersi trasformata nella succursale della città piemontese famosa per i suoi cioccolatini al rum.

Prendete l’attuale erogazione di primo tamponamento per l’emergenza greca, dopo l’accordo capestro dei giorni scorsi. Sette miliardi, che saranno immediatamente ripartiti secondo criteri rigorosamente cuneesi: quattro resi alla Bce e due dirottati al Fondo Monetario. La stessa logica dei precedenti prestiti e di quelli in arrivo: buchi riempiti con altri buchi, in una perversa spirale all’infinito.

Ci sarebbe il modo per interrompere la corsa del criceto ellenico nella ruota della gabbietta, in cui si muove a perdifiato restando sempre allo stesso punto? Certo che sì, se le iniezioni finanziarie fossero diventate (e diventassero) investimenti; con relativa creazione di ricchezza con cui ripianare il debito senza ricorrere a nuovi.

Tema ostico per gli economisti, persi nelle astrattezze dei loro modellini matematici gabellati per scienza; molto più confacente ai sociologi d’impresa. Soprattutto completamente fuori portata dello sguardo europeo, che ormai ignora il concetto stesso di sviluppo/progresso. La ragione per cui qui si azzarda una questione apparentemente eretica: continuiamo a parlare di crisi greca, ma non sarebbe più logico prestare attenzione a quella tedesca (e i suoi effetti di propagazione sull’intera costruzione europea)? Con buona pace dei tanti che, anche in questo blog, hanno gioito delle disgrazie di Tsipras e compagni; con una sorta di razzismo da abbienti, sprezzante nei confronti di chi ha poco e niente. Quelli che il ‘compagno’ Hollande chiama ‘gli sdentati’.

In effetti sono la bellezza di quindici anni che il Vecchio Continente ha smesso di perseguire politiche innovative; mentre assumeva configurazioni ‘a sistema’, con un centro dominante mitteleuropeo a trazione tedesca, una semi-periferia francese e un circuito periferico che comprende i Paesi mediterranei e quelli dell’Est già sovietici. Sistema in cui l’area centrale dell’Unione accumula ricchezza prosciugando le aree subalterne; dunque, più tesaurizzando trasferimenti che non riproducendo nuovo capitale. Esattamente il contrario di quanto sancito (e sottoscritto da tutti gli Stati membri) tre lustri fa a Lisbona, nel documento denominato – appunto – “strategia di Lisbona“. Si trattava dell’impegno finalizzato a “fare dell’economia europea la più competitiva e dinamica del mondo, fondandola sulla conoscenza”. Con il retropensiero di arrivare così alla piena occupazione. Ebbene, da allora ci si è completamente dimenticati di quei buoni propositi, mentre nuove generazioni di eurocrati inoculavano il virus neoliberista in un corpo che era stato propugnatore delle logiche solidali e cooperative dell’economia sociale di mercato.

Presto arrivarono segnali contrari, tipo la direttiva 2006/123 del commissario europeo Frits Bolkenstein per la de-regolazione in materia di servizi: una sorta di dumping umano, in base al principio che l’economia si supporta comprimendo diritti e costi del lavoro; non mediante investimenti. Da qui la nefasta visione dell’austerity come cura della recessione mondiale; che non ha solo massacrato la piccola Grecia. Inizia a mordere perfino la Germania, il cui Pil è fermo da tempo e dove la forbice della disuguaglianza va allargandosi (oltre un milione di pensionati tedeschi riceve meno di 150 euro al mese). Ma questi esiti negativi sono occultati dalle performances esportative, grazie al gioco valutario del passaggio dal marco all’euro. Con il piccolo particolare che la primaria e massima destinazione del Made in Germany sono i mercati europei, sotto minaccia di recessione per la strategia di Berlino. Tipico esempio di miopia capitalista: tagliare il ramo su cui si è appollaiati.

Scelte che stanno gettando l’intero continente in una sorta di stagnazione che si preannuncia di lunga durata. Conseguenza dell’inerzia e dell’ottuso pragmatismo elevati a verità dal tira a campare a uso interno delle Merkel.