Con una firma, in pochissimi secondi, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha vanificato il lavoro grande di centinaia di migliaia di persone che – chi più chi meno – si sono adoperate perché il Ddl scuola non diventasse legge. Ha scavalcato il parere – espresso nei termini della civiltà democratica e dell’elaborazione costruttiva – di docenti, studenti e genitori che hanno detto no alla sedicente Buona Scuola di Renzi per proporre un’alternativa. Ha ignorato con disinvoltura i docenti che per 8 giorni – sotto un caldo asfissiante – hanno condotto lo sciopero della fame nelle vicinanze del Quirinale.

Ha eluso appelli (da parte dei costituzionalisti e di tanti soggetti diversi, che speravano di trovare in lui il garante di tutti i cittadini, quale la Costituzione italiana lo configura) che invece si sono scontrati con un gelido muro di silenzio e con l’avallo immediato, persino precipitoso, considerando la rapidità della firma, alla strategia del grande manovratore. Di colui che può dire “ascolto tutti (fosse vero! NdR), ma poi decido io”; di colui che rispetto alla volontà del popolo (cui, fino a prova contraria, spetterebbe ancora la sovranità) può permettersi l’incuria e una punta di dileggio per lo sciopero più partecipato della storia della scuola italiana; per presìdi costanti, manifestazioni, assemblee. Per una mobilitazione che non ha conosciuto soste, momenti di stanchezza; e che certamente da settembre riprenderà più forte di prima. Di colui che può dire e far dire esplicitamente che occorre limitare il ‘potere’ del sindacato e che questa legge ha anche questo tipo di finalità, cavalcando demagogicamente il malcontento e gettando via, insieme all’acqua sporca, anche il bambino.

Che il primo anello della catena istituzionale (la funzione super partes che dovrebbe sollecitamente ascoltare e accogliere le istanze della maggioranza dei cittadini coinvolti in un provvedimento) raccolga, viceversa, quelle di un numero esiguo di rappresentanti di uno schieramento politico che sta facendo il bello e il cattivo tempo nel nostro Paese e scempio della democrazia senza alcun autentico mandato popolare, fa impressione più di qualsiasi autoritario ed arbitrario colpo di mano del premier.

Perché è la rappresentazione eloquente di una barra che è stata definitivamente consegnata nelle mani di un nuovo emissario dei poteri forti. Cos’è infatti la cosiddetta Buona Scuola, se non la conclusione del percorso di sudditanza all’egemonia della Troika in Europa, esplicitato dall’agosto del 2011, con la famosa lettera della Bce al Governo Italiano? Solo un saldo appoggio da parte di chi tiene le redini in mano dell’unica cosa che conti – l’economia della finanza e del mercato– può giustificare l’insolenza e l’autoritarismo con cui, a dispetto di qualsiasi evidenza, la ‘riforma’ della scuola è stata forzosamente imposta. Lo smantellamento dei diritti (al lavoro e a sue condizioni dignitose; all’apprendimento significativo; allo studio; ad uno Stato che garantisca equità e giustizia sociale), configurato attraverso il diktat della riforma della scuola, non è che il compendio di altri provvedimenti – il Jobs Act, la riforma elettorale – volti a configurare società in cui i cittadini siano sudditi, i diritti inutili orpelli, il diritto-dovere alla partecipazione un impedimento, la democrazia uno slogan privo di significato.

Cosa il presidente Mattarella possa aver pensato di quello che la scuola statale ha messo e metterà in campo non lo sapremo probabilmente mai: la riservatezza rischia di virare in rimozione, quando chi ha la responsabilità di interloquire con il popolo che lo chiede tace. Ma la firma del dispositivo che con ogni evidenza distrugge la scuola della Repubblica, come quella sulla legge elettorale, in attesa di un futuro pronunciamento della Consulta, la dicono lunga sulla notte di questa democrazia da operetta. Sulla nostra solitudine di cittadini impotenti, perché gli strumenti della mobilitazione e del dissenso democratici sono stati spuntati con armi potentissime: menzogna, demagogia, autoritarismo, occupazione dei media. Stupisce che davanti agli insulti che individui dignitosi – studenti, docenti e genitori – hanno dovuto subire (accuse di squadrismo, estremismo, chiassosità) da rappresentanti del governo per il fatto stesso di essere contrari e di contestare il provvedimento mai travalicando i limiti della coesistenza democratica non sia stato stigmatizzato da chi ha la responsabilità di rappresentare la nazione. Stupisce che chi ricoprì la carica di ministro dell’Istruzione e quella di giudice della Consulta non abbia speso una parola (e tantomeno un gesto) per la difesa della scuola della Costituzione, tentando di capire che la nostra ostinazione non è il frutto di un’impuntatura ideologica, ma di una necessità di mantenere tale un presidio di democrazia, la scuola statale.

Il messaggio della firma a tempo di record è inequivocabile. Al di là delle pretestuose e poco credibili giustificazioni (i tempi per le stabilizzazioni – non si tratta di assunzioni, non dimentichiamolo mai! – dei precari, che da sempre sappiamo potevano essere gestite in tutt’altro modo) resta la profonda amarezza di non trovare nelle istituzioni alcun tipo di garanzia di un’interlocuzione e dell’accoglienza di istanze che non siano quelle dei nuovi e autonominati padroni del Paese. Siamo soli, ma abbiamo ragione da vendere, nel merito e nel metodo. La nostra solitudine ha la forza di una profonda, negoziata e conquistata unitarietà, di obiettivi a breve, medio e lungo termine, che alimenteranno la nostra cittadinanza consapevole nella prossima stagione di mobilitazioni, che si annuncia ricca nei singoli istituti scolastici (prevista un’assemblea nazionale delle Rsu per l’11 settembre), in piazza, nell’articolazione di strategie (riflessione sull’ipotesi referendaria) e di proposte alternative (attualizzazione del testo della Lipscuola ad opera dei 36 comitati territoriali che la sostengono).

Quella che abbiamo perso non è che una battaglia. È sotto gli occhi di tutti, inoltre, che la competizione non è stata giocata lealmente. Farsi sopraffare dallo scoraggiamento sarebbe dunque un segno di irresponsabilità. La parte migliore della società deve invece difendere con orgoglio e rivendicare come un privilegio la propria funzione, per la scuola e per la democrazia. Abbiamo il dovere e la forza di farlo.