Prendete alcuni nomi importanti della musica italiana (tra cui Fiorella Mannoia, Giuliano Sangiorgi, Caparezza, Franz Di Cioccio, Niccolò Fabi e l’ideatore Frankie Hi-Nrg), fate scegliere loro una playlist di cinque canzoni che riescano a raccontare un quadro, rendete tutto su Spotify, shakerate per bene e otterrete Artune, la prima audioguida emozionale al mondo. L’esperimento è partito con L’ortolano, il quadro di Arcimboldo adesso ospitato dal Padiglione Italia all’Expo e che a settembre tornerà al Museo Civico “Ala Ponzone” di Cremona. Frankie Hi-Nrg, in collaborazione con Materie prime circolari, è il papà di questo modo innovativo di conciliare musica e arte, una intuizione che, almeno nelle parole del suo ideatore, ha enormi potenzialità di sviluppo anche per il futuro.

Come è nata questa idea?
Da una chiacchierata con Gianluca Galimberti, sindaco di Cremona, che è un amico. Mi raccontava i progetti che l’amministrazione aveva in programma in ambito culturale e a un certo punto mi ha detto: “Perché non ti inventi un modo per riuscire a coinvolgere i giovani nel mondo dell’arte, magari usando la musica?”. Ho riflettuto su questo input ed è nato Artune, creato con i ragazzi di Materie prime circolari. È un modello di promozione artistica che si basa sulla comunicazione non verbale, parla direttamente alle emozioni. Non ti spiega la storia di un quadro, non ti racconta quello che i tuoi occhi stanno già vedendo. È un’audioguida per far viaggiare la fantasia e le emozioni. La grossa barriera che il pubblico italiano ha da anni nei confronti della cultura, dei musei, delle pinacoteche, è la noia. Il pubblico non si sente adeguato, ha paura di fare la figura dell’ignorante. Eppure il museo è l’unico luogo, con scuola e università, in cui l’ignoranza ha senso di esistere.

Credi sia possibile replicare l’esperimento anche con altre opere?
Penso proprio di sì. È un prodotto scalabile, adattabile a molti altri ambiti. Si può fare Artune su una mostra, piuttosto che un museo intero che fa selezionare le opere agli artisti.

Per lanciare il progetto avete scelto Spotify. Che pensi dello streaming?
Sta diventando il principale canale di fruizione della musica. Non ha senso essere contro l’acqua corrente.

Che momento è per il mercato discografico italiano?
Ci sono meno persone interessate a detenere copie fisiche di opere. Un po’ come è successo in passato con il vinile, che adesso sta tornando in voga. Penso che uno dei problemi sia la mancanza di collaborazione da parte dei media per la creazione di un mercato sufficientemente ampio. Bisogna far venire alle persone la curiosità e l’esigenza di qualcosa di diverso. Ma se tu dai al pubblico solo dieci cantanti, quelli saranno i cantanti che il pubblico vorrà. Se tu offri due libri, per forza saranno i libri più letti. Bisogna parlare delle cose che vendono, ovviamente, ma d’altro canto si deve poter anche rendere normale il fatto che ci possa essere dell’altro.

I talent show hanno qualche responsabilità?
Senz’altro i talent show hanno qualche colpa. Sono una possente emanazione dei media. Ma in generale il grosso delle responsabilità è di noi cittadini. È sbagliato restare sordi al richiamo della curiosità o risolverlo rispondendo a priori, perché si pensa di sapere già come sia questo o quell’artista, questa o quella canzone. Gli atti di superiorità di fronte alla propria inferiorità sono quanto di più stupido ci possa essere.