Il mondo del booking è ormai fagocitato dai grandi gruppi internazionali che organizzano tutti i concerti più importanti. Ma tra le pieghe di un oligopolio evidente, si muovono realtà importanti che da anni si occupano di booking con risultati più che soddisfacenti. Attilio Perissinotti è uno dei protagonisti di questo ambiente in continuo mutamento. Quasi ventincinque anni di carriera, l’avventura di Virus Promotion e poi la nascita di BPM, e un impegno continuo alla ricerca di nuove sonorità e di realtà emergenti che vengono colpevolmente ignorate da chi fa muovere il mercato.

Quando e come hai cominciato a fare questo mestiere?
Ho cominciato nel 1991. Studiavo all’università, ero un grande appassionato di musica sin da bambino. A livello universitario abbiamo cominciato a organizzare piccoli concerti a Pordenone. Ne fai uno, ne fai due, ho mollato l’università e ho continuato a fare questo mestiere. Ho lavorato per Fran Tomasi quando c’era il tour Achtung Baby! degli U2 e da lì mi sono appassionato ancora di più. Ho imparato molto per un paio d’anni e poi ho aperto la mia prima agenzia che si chiamava Virus Promotion e mi occupavo di artisti stranieri.
Quasi subito ho organizzato un festival che si chiamava Beach Bum. Insieme a Sonoria siamo stati i primi due festival in Italia, oltre l’Arezzo Wave. Avevamo un respiro molto internazionale con i Prodigy e altri artisti.
Ho continuato per 10 anni a occuparmi di artisti stranieri, ma negli anni 2000 è arrivata Live Nation che ha scombinato il mercato italiano ed europeo e ho cominciato a occuparmi anche di artisti italiani. E poi nel 2007, per caso, ho fatto un concerto a Londra di Vinicio Capossela, poi me lo ha chiesto Ligabue e allora mi sono detto: “Perché non apro una società a Londra?”. E così ho fatto il promoter per artisti italiani in Inghilterra.

Come è cambiato questo ambiente dal 1991 a oggi? E in meglio o in peggio?
Secondo me è cambiato in peggio. Siamo passati alle multinazionali. Prima c’era un rapporto con gli agenti, con i manager e con gli artisti completamente idverso. La gente lavorava con te e se si trovava bene continuava. Oggi si fanno offerte e chi ha più soldi vince. Sono pochi gli artisti che decidono di rimanere fedeli a un promoter.

Credi che la nostra musica sia esportabile in questo periodo?
Rispetto a vent’anni fa assolutamente sì, e non sto parlando di Toto Cutugno per i russi. Ci sono due generi musicali opposti che possono sfondare fuori dall’Italia: la musica elettronica e la world music, dalla taranta a Vinicio Capossela. Nel primo concerto di Capossela a Londra nel 2007 abbiamo fatto il 100% di pubblico italiano, adesso siamo passati a un 25-30% di pubblico straniero.
Poi c’è una serie di artisti minori, giovani, nuovi, che sono cresciuti con la musica “straniera” nel sangue e che quindi sono meno legati alla lingua e alla melodia italiane. Basti pensare che lo scorso anno il contest per suonare a Glastonbury lo ha vinto un gruppo italiano, M+A di Forlì. Hanno vinto 5mila sterline e la possibilità di esibirsi a Glastonbury e non era un concorso italiano ma aperto a tutte le realtà europee.

In una fase di crisi del mercato discografico, quanto conta il live?
Ormai è la principale fonte di sussistenza per tutti gli artisti, da Vasco Rossi al gruppo che prende 300 euro per suonare in un pub. Il vero problema è che c’è pochissima curiosità. Siamo in un momento in cui Jovanotti e Vasco Rossi riempiono gli stadi, ma stanno scomparendo i locali da 2-300 persone di capienza, che sono sempre stati la palestra degli artisti emergenti.

La scena indipendente italiana è più vivace che mai, ma il paradosso è che i grossi media non le dedicano spazio. Come te lo spieghi?
È un problema antico: non c’è interesse da parte dei media di parlare di quello che sta succedendo davvero nel panorama musicale. Ci sono etichette indipendenti che stanno sfornando gruppi molto interessanti che vendono e riempiono i locali da mille persone. Sarebbe interessante chiedere ai media il perché di questa scelta, perché parlano solo di Vasco Rossi o Jovanotti.

Ci suggerisci due o tre nomi da tenere d’occhio quest’estate?
Sicuramente gli M+A. Poi I Ministri e Teho Teardo, uno degli artisti più interessanti sulla scena in questo momento.