È una filmografia corposa e affascinante quella che nel tempo ha tentato di intercettare i conflitti anglo-irlandesi per concentrarsi successivamente su quello dell’Ulster. Dallo sguardo di John Ford che nel 1936 riprese il romanzo The Informer di Liam O’Flaherty per dirigere l’omonimo film sulla guerra d’indipendenza irlandese (1919-1921) fino all’esemplare Hunger (2008) del deb Steve McQueen con Michael Fassbender negl’indimenticabili panni del martire Bobby Sands.

La materia che distrattamente costituisce i sottofiloni “Belfast movies” o “IRA movies” ha da sempre esercitato un’attrattiva planetaria sulle giovani generazioni, trasversalmente intese, spesso costituendo un movente per simpatizzare con le ambigue frange dell’Irish Republican Army (IRA) talvolta senza neppure comprendere di che o chi si trattasse esattamente. Un’incomprensione da cui non erano esenti neppure i contemporanei agli anni più drammatici della guerra civile nell’Ulster (tra gli inizi del ’70 e gli anni ’80) il cui processo di pace prese avvio dallo storico trattato del Venerdì Santo del 1998. Ma persino i combattenti stessi delle plurime fazioni stentavano a capire i meccanismi del conflitto costituito dalla degenerazione di attentati – e reazioni da parte dell’esercito britannico – senza scrupoli. Sull’impossibilità di decifrare il caos che regnava nei primi anni Settanta pone l’attenzione il film ’71, imponente opera prima del franco-britannico Yann Demange, in uscita giovedì 9 luglio, dopo una giacenza di un anno e mezzo dalla premiére mondiale al concorso della Berlinale 2014.

’71 è un dramma spiazzante, coraggioso nel non farsi intimidire da egregi precedenti che annoverano autori del calibro di Ken Loach, Neil Jordan, Jim Sheridan, Paul Greengrass. Cosa c’era ancora da raccontare sulle nefandezze compiute in Belfast nel ’71 (in preparazione dell’ancor più sanguinario 1972) che non fosse già passato dagli obiettivi di cinema o tv? Serviva, con evidenza di visione, un lavoro che andasse “oltre” prendendo la giusta distanza temporale e la perfetta aderenza al Caos dei fatti.

Girato con la maturità di un esperto, l’esordiente Demange getta il suo “eroe per caso” – il soldato semplice prelevato dallo Yorkshire, Gary Hook (un eccellente Jack O’Connell) – nel marasma delle strade di Belfast, infestate di povertà, regimi di “provvisorietà” ad ogni livello, ignoranza e sete di vendetta, sempre e comunque. Gary è poco più che ventenne come molti dei suoi compagni e dei suoi antagonisti: l’età degli odierni annoiati studenti agganciati ai social network o dei militanti kamikaze dell’Is. L’IRA non era unita, né come intenti né come entità d’aggregazione, bensì era in costante lotta intestina tra quella “ufficiale” e quella “provvisoria” in una città frazionata in zone di militanza concettuale ma anche geografica tra Lealisti protestanti e Nazionalisti cattolici, ciascuno coi propri gregari paramilitari. E in più c’erano i traditori, le spie, i mercenari.

Il soldato semplice Gary, che ha promesso prima di partire al fratellino Darren “tornerò presto”, si trova invischiato in prima persona nel mare magnum bellico, ferito e oltraggiato da chiunque, costretto a una fuga nelle oscurità dell’ignoto. Damange trattiene con coerenza il punto di vista di Hook per mostrare al pubblico una percezione distorta (cioè realistica) di quegli impenetrabili fatti storici. ’71 tiene lo spettatore incollato al grande schermo, trepidante come i suoi protagonisti ma con la possibilità di riflettere su una Tragedia di morte e crudeltà su cui troppo romanticismo si è forse sprecato.