La tragedia economica e sociale vissuta in questi giorni dal popolo greco ha stimolato moltissimi commenti su questo e altri giornali. Spesso ci si è soffermati a considerare gli errori politici ed economici dei governi greci, attuale e precedenti, a volte con un certo accanimento etico, quasi la Grecia fosse una persona irresponsabile e spendacciona. Altre volte ci si è invece scandalizzati delle pretese avanzate dalle istituzioni europee, anche queste personalizzate, e viste come spietate.

Uno studio economico dettagliato sul sistema greco, che includa anche gli episodi di corruzione e gli sprechi, è desiderabile, ma mi pare che nella vicenda si sia perso di vista un aspetto generale, di interesse per tutti, italiani per primi. Lo stato greco ha vissuto, e consentito ai suoi cittadini di vivere, al di sopra delle proprie possibilità? Può darsi. Le spese di un moderno stato democratico, come la Grecia o l’Italia, sono soprattutto le spese necessarie a garantire e pagare i diritti dei cittadini. Vivere al di sopra delle proprie possibilità per uno stato democratico significa offrire più sanità, più scuola, più giustizia, più pensioni di quanto le finanze pubbliche, cioè le tasse pagate dai cittadini, possono sostenere. E’ illusorio pensare che i costi dello stato siano interamente dovuti al malgoverno e alla corruzione dei governanti: questi fenomeni esistono e vanno combattuti, ma il grosso dei costi dello stato riflette il costo dei diritti dei cittadini (su questo punto suggerisco il bel libro The Cost of Rights di Holmes e Sustein). I diritti dei cittadini sono conquiste di civiltà ma costano: indirettamente a causa della necessità di un sistema di tribunali e organismi che ne garantiscano l’applicazione; e in alcuni casi anche direttamente in quanto servizi pagati dallo stato: sanità, istruzione, trasporto pubblico, etc.

In questa ottica la crisi greca è la prima istanza della prossima crisi di tutti i paesi occidentali: perché la nostra ambizione di civiltà e progresso ci porta a chiedere allo Stato garanzie e diritti crescenti, e comporta costi crescenti che alla lunga potrebbero diventare insostenibili. Basti pensare ai costi sempre e inevitabilmente crescenti della sanità pubblica, sui quali ho già scritto su questo blog. L’economia punisce il progresso morale? Non c’è dubbio che le politiche di austerity sortiscono questo effetto, cosi come non c’è dubbio che non è possibile pagare i diritti dei cittadini greci coi soldi dei cittadini degli altri stati europei.

Ovviamente io non ho soluzioni da proporre per un problema cosi complesso: mi accontento di osservare che il dramma greco potrebbe essere la spia di una crisi generalizzata del modello socioeconomico occidentale, una crisi che Marx aveva previsto, sebbene con modalità diverse, che sottovalutavano le capacita di adattamento del sistema. Osservo inoltre che in Italia abbiamo un debito pubblico enorme, in proporzione non troppo inferiore a quello greco, sul quale stiamo sperimentando una soluzione di tipo diverso da quello greco: ammazziamo i servizi pubblici subito, da soli, prima che qualcun altro ci stringa ancora di più il cappio sul collo: l’austerity è meglio del fallimento dello stato.

L’accanimento col quale si tenta di spiegare la crisi greca con la cattiveria della Grecia o della Germania mi pare fondato sul desiderio di esorcizzare lo spettro dell’oggettiva difficoltà di sostenere i costi di diritti che noi tutti consideriamo eticamente irrinunciabili, trasformandola da problema di tutti in colpa di qualcuno. Ma gli esorcismi non risolvono i problemi reali.