Ieri pomeriggio in diverse città italiane sono scese in piazza migliaia di persone che hanno ricordato i moti di Stonewall – la rivolta contro le angherie della polizia a New York, nella notte tra il 27 e il 28 giugno del 1969, che diede inizio al processo di liberazione della gay community – e festeggiato le recenti vittorie del matrimonio egualitario in Irlanda e negli Usa. Quelle stesse persone ieri e nelle settimane passate hanno richiesto leggi per le coppie e le famiglie omogenitoriali anche nel nostro paese. Piazze molto diverse rispetto a quella del Family Day del 20 giugno, e non per i numeri: eravamo 100.000 a Milano, 70.000 a Torino, 50.000 a Bologna, Palermo e 20.000 a Cagliari; e prima ancora 10.000 a Verona, 300.000 a Roma. Non temiamo nessuna piazza omofoba, insomma. Le piazze erano diverse per il semplice fatto che il movimento Lgbt chiede diritti e inclusione, nel rispetto di tutti e tutte, mentre il fronte omofobo si batte per mantenere discriminazioni e segregazione giuridica.

I pride di questi giorni si muovono, per altro, su un quadro internazionale incoraggiante per le lotte di cui si fanno portatori: tutti i paesi occidentali di vecchia e nuova democrazia hanno legiferato su unioni civili e soprattutto sul matrimonio, che si sta configurando come soluzione preponderante per dare diritti alle famiglie di gay e lesbiche. Segno di un cambiamento globale che dopo le più tradizionali lotte del secolo scorso per l’equiparazione di neri, ebrei e donne adesso coinvolge il popolo arcobaleno.

I fatti irlandesi e americani, a cui si è accennato, rinverdiscono le speranze della comunità Lgbt italiana, seppure va ricordato che grandi sono le differenza tra l’Italia e gli altri paesi. In Irlanda, contrariamente a noi, c’è il referendum propositivo ed è quindi impossibile perseguire la via della consultazione popolare. In America, invece, la Corte Suprema ha il potere di estendere il matrimonio su tutto il territorio nazionale, contrariamente alla nostra Corte Costituzionale che si è comunque espressa in merito e ha sentenziato che le coppie di persone dello stesso sesso sono tenutarie di ogni diritto già conferito a quelle sposate. Se a questi fatti, di natura politico-giuridica, associamo la reazione di piazze amiche e social – se vi siete trovati moltissimi contatti su Facebook con l’immagine su sfondo arcobaleno, è per via di un’applicazione che permette di modificare la foto del profilo per dimostrare solidarietà alla causa Lgbt – ci rendiamo conto che la nostra classe politica non ha più scuse per non legiferare di conseguenza, folle di fanatici religiosi a parte da tranquillizzare su ideologie inesistenti.

Nel nostro parlamento è in discussione, per ora al Senato, il decreto sulle unioni civili portato avanti con coraggio ed energia da Monica Cirinnà. L’iter è in corso e speriamo che i partiti chiamati a votarlo (Pd, M5S e Sel) non facciano brutti scherzi. Si spera, inoltre, nell’apporto di qualche laico di destra, a cominciare da Forza Italia (poche speranze che Lega, Ncd e centristi diano prova di civiltà). A tal proposito fan riflettere il fatto il Pd abbia dato libertà di coscienza sul provvedimento, bollandolo come tema etico, e il silenzio di Renzi, molto più risoluto a tradire alleati e a decisionismi ai limiti dell’autoritarismo quando si tratta di distruggere la scuola pubblica e di umiliare insegnanti e lavoratori e lavoratrici. Rendere più giusta la società, per i piddini, è una qualcosa da cui dipende la personale valutazione del bene e del male? Perché questo è, in altre parole, un tema “etico”.

La stagione dei pride non si è esaurita con questo week end e continuerà la prossima settimana con Catania, Genova e Foggia, fino al primo agosto con Reggio Calabria. Luglio si rivela un mese cruciale in quanto cadranno molte maschere e vedremo chi, al Senato, tiene a questa lotta di civiltà e chi no. Lotta che, non dimentichiamolo mai, qualora dovesse arrivare ad un esito positivo del ddl Cirinnà non esaurirebbe il suo compito: matrimonio e adozione sono punti irrinunciabili, come ci suggeriscono gli avvenimenti recenti e degli ultimi anni. Lo scopo ultimo è, infatti, la piena uguaglianza, non certe “sale d’attesa” legislative – quali le unioni civili – riservate a minoranze specifiche. Il futuro si è messo in moto. L’Italia e la sua classe politica devono decidere se far parte di questo processo di progresso e uguaglianza o se interpretare, nella poderosa macchina del cambiamento, il ruolo di polvere della storia.