Lui e lei si lasciano. È lei che lascia lui. La separazione non è tra le più semplici. Il loro rapporto era fatto di dipendenza, violenza, momenti di pura incomprensione alternati ad attimi di grande complicità. Quello che succede nei mesi a seguire lo avrete letto in centinaia di pagine di cronaca. Lui la insegue e la stalkerizza un po’. Lei gli sbatte la porta in faccia e non si fa trovare. Lui la pedina perché vorrebbe “solo scambiare due parole”. Lei non ha voglia di subire quell’atteggiamento e sa già che non si tratterà soltanto di parole.

Un giorno lui la becca da sola sulla porta di casa e allora la chiama, le chiede se può avvicinarsi, lei si sente abbastanza sicura, dice di sì, lui le si avvicina, dice che la trova bene, la invita a bere qualcosa fuori perché non vuole che lei pensi che si tratti d’altro se non delle chiacchiere richieste. Lei abbassa le difese, lo guarda e gli sembra di vedere l’uomo del quale si era innamorata. Ha quel particolare luccichio negli occhi, è emozionato, si vede che ci tiene e a lei la cosa non dispiace. D’altronde era da tanto che non si sentiva così voluta, desiderata, amata.

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È tutto sbagliato, diceva nella sua testa, e invece va con lui, bevono qualcosa e quando lui la riaccompagna a casa è lei che non riesce più a lasciarlo andare. Lo invita a entrare, fanno l’amore, si svegliano insieme, ed è a quel punto che lei capisce: non lo ama più. Gli dice che è stato bello e ciao. Un bel modo di dirsi addio, senza quelle urla dell’ultima volta. Senza avere l’impressione di aver creato fratture al mondo.

Lui se ne va. Il giorno dopo chiama. Vuole sapere come sta, che cosa pensa, e dice che se a lei va bene lui amerebbe anche poterla sentire di tanto in tanto, perché lei è sempre stata la sua migliore amica e non vuole perderla. Lei dice di sì, non c’è problema, è bello sentire una voce tanto familiare e in fondo quel tono così dolce e rassicurante, a tratti perfino più maturo, la conforta.

Finisce che di lì a poco i due cominciano a rivedersi e quando lei gli dice nuovamente addio lui riprende a fare stalking e stavolta, quando la incontra sotto casa, la obbliga a farlo entrare. Lei pensa di poterlo controllare, perché a un uomo così basta semplicemente fargli credere quello che lui desidera. Invece non ci casca, la minaccia, le dice che senza di lei lui non può vivere, le dice che ucciderà lei e poi se stesso e poi la bacia, le toglie i vestiti, e la stupra.

Quello che lei ha provato? È stata una violazione del corpo, una prevaricazione. È negazione della volontà, del consenso. È una prova di potere e non importa che lui si senta in qualche modo leso, ferito, per l’amore mancato, perché non puoi obbligare una persona a stare con te se non vuole e perché queste cose non si possono proprio fare. Non puoi stuprare nessuna che dica di no. Non puoi stuprarla e basta, ché se anche la stupri comunque non riuscirai a farle cambiare idea.

Quello che ha pensato lui? Che si è aggrappato a quel corpo con tutte le sue forze. In quel momento non vedeva altri che se stesso, i propri bisogni, nulla di più. Non esistevano lei, i suoi desideri, il suo consenso. Lei lo stava facendo soffrire e lui aveva il diritto di prendersi una sorta di risarcimento. Perché è così che funziona la testa di questo tipo di stupratore. A sua discolpa insiste sul fatto che lei avrebbe giocato con i suoi sentimenti. Gli avrebbe fatto credere molte cose e lo avrebbe preso per il culo. Lo avrebbe illuso e usato finché le andava bene e poi l’ha gettato via. Con un atteggiamento un po’ paraculo che serviva a tenerlo buono. Così lui la racconta.

Allora lei ribadisce il fatto che di lui non ha mai avuto bisogno. È tutta una sua fantasia, chiarisce, perché non si è mai trattato di utilizzo per far nulla. Una persona che lascia non ha minori contraddizioni e debolezze di chi è lasciato. Anzi. Chi lascia non può neppure contare sul fatto di essere visto come vittima. E mentre lui si autocommiserava, incastrato nel proprio vittimismo, a lei toccava la parte della dura, di quella che non può tornare indietro, non può telefonare, non può fare nessun errore perché è lei che nella percezione sociale – ma anche intima – viene vista come la cattiva.

Perfino sua madre le diceva che quel ragazzo era molto carino e che con lei non sarebbe durato, e non perché lui fosse uno stronzo, ma solo perché era lei a non saper relazionarsi come farebbe una qualunque brava donna prossima al matrimonio. Così, tra dubbi, dolore, esperimenti fatti su stessi, lei divenne vittima di uno stupro e lui divenne vittima di se stesso.

Lui è stato denunciato e condannato. Lei ha ricominciato una nuova vita in un’altra città. La storia che ho raccontato arriva dalle sue riflessioni, non dalle mie. È lei che ha rielaborato quell’esperienza e che non ha potuto fare a meno che prendere distanza per guardare lui e se stessa in modo obiettivo, perché deve essere chiara la distinzione tra vittima e carnefice ma è necessario anche rivedere ogni cosa affinché lo stesso non accada ancora. Qualcuno direbbe che tolto di mezzo lui a lei non resta altro che trovare un bravo ragazzo che non le farà mai del male. Ma chi aiuterà lei, che di giustificazione alla violenza non ne fornisce un grammo, a recuperare solidità, lucidità, affinché non sia più attratta da questo genere di relazioni?