C’è stato un tempo, diciamo una decina d’anni fa, anche qualcosa in più, in cui pareva che Manu Chao fosse destinato a diventare un simbolo della lotta alla globalizzazione senza pari. Il suo essere globetrotter, il suo cantare in francese, spagnolo e inglese, ma non disdegnare collaborazioni con artisti da ogni parte del mondo, specie se da Sud (vedi la lieson col nostro Roy Paci), il suo appassionarsi a temi caldi come la clandestinità, i giochi di forza tra potenti della terra e paesi in via di sviluppo, il suo essere così intrinsecamente anarchico e senza frontiere lo aveva fatto assurgere al ruolo di icona, a fianco di quella di Che Guevara con sigaro in bocca e sguardo dolce e poche altre. Chi c’era ai tempi del G8 di Genova ben lo sa. Sua era la colonna sonora. Poi, proprio per questo suo essere distante dalle logiche di mercato, anche del mercato discografico, il suo nome ha cominciato a circolare sempre meno. A farsi marginale. Certo non perdendo la sua rilevanza, perché al solo citarlo, anche nel 2015, a molti si illumina lo sguardo, torna a pulsare più forte il cuore.

Prova ne sarà il megaevento previsto per oggi all’Autodromo di Monza. Al prezzo calmierato (per usare un aggettivo in voga di questi tempi) di 15 euro, l’ex leader dei Mano Negra porterà in Brianza la sua carica di energia, e la sua musica che flirta costantemente con il punk, col folk, col reggae, con la musica africana e del latinoamerica. In una parola, sua, la patchanka. E con la musica, c’è da scommetterci, la festa, perché i concerti di Manu Chao sono sempre una specie di enorme party collettivo a cielo aperto, e la riflessione.

Chi, proprio nei giorni di Genova, ha assistito al suo concerto di Piazza Duomo, a Milano, ricorderà un evento epocale, con oltre centomila persone accorse da un po’ tutta Italia, lì pronte a ballare e cantare all’unisono, come tanti mariachi stonati. Il fatto che oggi torni in Lombardia, a poche decine da chilometri da dove si tiene l’Expo, la cui tematica è proprio quella dell’alimentazione nel nostro pianeta, regala al tutto una sfumatura ironica, di deja vu. Come se Manu Chao non potesse proprio, anche volendo, tenersi a distanza da dove sono soliti i transitari i grandi del mondo, per dare voce a tutte quelle moltitudini, la maggior parte delle persone, che voce non ce l’hanno e non riescono mai a farsi sentire. Tutti all’Autodromo di Monza, quindi, che la festa cominci.