Quanto vale il settore digitale nel mercato discografico italiano? Stando ai dati FIMI relativi al 2014, tra digital download e streaming parliamo di un giro d’affari di 46,8 milioni di euro, pari al 38% del mercato discografico totale. Un bel salto in avanti rispetto al 2013, quando il giro d’affari superava di poco i 38 milioni e la quota del mercato totale era ferma al 32%.
Il digitale è sempre più protagonista dell’industria musicale italiana, con un incremento del 23% e una prospettiva futura ancora in crescita. E visto che il mercato fisico è calato del 5%, è proprio grazie al digitale che il settore ha potuto guadagnare 4 punti percentuali rispetto al 2013 (122 milioni di euro rispetto ai 117 precedenti).

Anche all’interno del settore digitale, però, è bene fare una distinzione: il digital download è sceso da 23 a quasi 20 milioni di euro (-15%), mentre lo streaming è cresciuto da 14,6 a 26,8 milioni (+83%). Una rivoluzione dentro la rivoluzione, con lo streaming che nel 2014 ha rappresentato il 57% del mercato digitale, lasciando al digital download il restante 43% (nel 2013 era addirittura il 62%).

L’impennata dello streaming è frutto soprattutto dell’esplosione del fenomeno Spotify, che ha trainato anche gli altri operatori del settore come Deezer, YouTube, TIMmusic, Google Play e Vevo. E in questo gioco di scatole cinesi per capire lo stato di salute del mercato discografico del nostro paese, è necessaria un’ulteriore distinzione tra abbonamenti ai servizi di streaming e account free foraggiati dalle inserzioni pubblicitarie. Gli abbonamenti producono 12,47 dei 26,8 milioni totali del settore, mentre le inserzioni pubblicitari pesano per oltre 14 milioni.
Numeri in crescita, dunque, che fanno ben sperare per il futuro dell’industria musicale. Ed è paradossale che il soccorso a un settore in crisi arrivi proprio da un servizio in passato molto criticato dagli stessi artisti e che invece, a quanto pare, sta portando sollievo in un momento particolarmente difficile per il mercato fisico.