Quale rilievo si intende dare ai “lavoratori della conoscenza” in Italia? In base ai dati forniti il 9 giugno dall’ultimo monitoraggio Adi (Associazione Dottorandi e Dottori di ricerca italiani), la ricerca dottorale e post-dottorale nel nostro paese presenta delle gravi criticità. Soprattutto facendo una lettura in chiave tendenziale. Nel solo 2014, dal XXIX ciclo al XXX ciclo, si è assistito a una contrazione del numero di posti banditi pari al 25%. Negli ultimi due anni, con riferimento al numero di corsi attivati: -42%!!!

La grande flessione nel numero dei posti di dottorato si deve principalmente al fatto che, in base alle vigenti “Linee guida per l’accreditamento delle sedi e dei corsi di dottorato”, è stato introdotto un vincolo minimo del 75% di copertura delle borse sul totale delle posizioni bandite. Questo vincolo, combinato con un mancato stanziamento di risorse aggiuntive per il dottorato di ricerca, si è tradotto nella citata riduzione del numero generale delle posizioni bandite.

Dalle statistiche riportate dall’Adi si evince, tra l’altro, che il 44% dell’offerta dottorale italiana è concentrato in soli 10 atenei: La Sapienza, Politecnico di Milano, Alma Mater Studiorum – Bologna. Unica del Sud, tra queste 10 università, la Federico II di Napoli. Un accento particolare viene posto sulla condizione dei dottorandi che, pur piazzandosi utilmente nei concorsi di selezione, non percepiscono borsa di studio e, pertanto, sono costretti a trovare fonti di finanziamento esterne (aziende, privati, etc.), non senza difficoltà e disagi. Si badi bene: non un disagio qualsiasi, bensì l’impossibilità assoluta di accedere a un percorso di ricerca dignitoso per chi non abbia una consolidata situazione economica alle spalle.

Uno sguardo alla distribuzione territoriale – su base regionale – delle posizioni di dottorato totali permette di riscontrare il solito divario tra Nord e Sud: 5 delle 6 regioni che garantiscono il 74,5% dell’offerta dottorale italiana sono situate nel Centro-Nord. Solo la Campania, tra queste, è situata al Sud. Il dato fornito dal rapporto tra numero di dottorandi e quello degli abitanti mostra una situazione ancora peggiore per le regioni meridionali, come ben evidenziato nel grafico riportato (Fonte: Adi). D’altronde, per quale motivo il settore della ricerca avrebbe dovuto marciare in controtendenza rispetto a tutti gli altri?

Avremmo cominciato seriamente a preoccuparci.

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Il monitoraggio ADI si conclude sostenendo che “Senza un’inversione di tendenza nel 2016 il numero dei dottorandi ogni mille abitanti calerà ulteriormente a 0,45, prospettando una situazione drammatica soprattutto per le regioni del Sud Italia”.

Ciò non trova una logica spiegazione, considerando l’indiscutibile legame tra ricerca, innovazione e crescita di un territorio. La situazione si fa più drammatica, se possibile, quando si decide di confrontare i dati della realtà italiana con quelli dei Paesi dell’Unione. Innanzitutto, i termini numerici della questione. Si consideri che, già nel 2012, il numero dei dottorandi per 1000 abitanti piazzava il nostro Paese al terzultimo posto nel Vecchio Continente.

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Lo sguardo al trattamento economico riservato ai borsisti italiani non rivela numeri entusiasmanti: i 1000 euro percepiti dai dottorandi italiani non li piazzano in modo eccellente rispetto ad altre realtà, più dinamiche ed evolute. La remunerazione dei dottorandi rimane perlopiù al di sotto dei livelli dell’Europa del Nord e Continentale.

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Una questione che viene molto dibattuta in questi giorni è, infine, quella concernente l’inquadramento della figura del dottorando: in Italia, la sua condizione è quella di un borsista.

Questo status giuridico, “sostanzialmente ambiguo”, non permette al neo-dottore, al termine del triennio, di accedere a forme di tutela sociali come il contributo di disoccupazione, presente in paesi come Austria, Spagna, Francia, Lussemburgo e Belgio; in molti di questi casi, il titolare di una borsa di dottorato (Ph.D.) ha uno status di lavoratore dipendente.

Da questo tipo di tutele, in Italia, sono esclusi anche gli assegnisti di ricerca, titolari di contratti di lavoro a progetto, considerati lavoratori solo – o quasi – per quanto attiene alla dichiarazione dei redditi.

Flc Cgil (il sindacato della conoscenza) ha fatto rilevare che la nuova indennità di disoccupazione DIS-COLL, per collaboratori coordinati e continuativi e a progetto disposta dal Jobs Act, rischia di escludere migliaia di persone che costituiscono la porzione più precaria dei ricercatori: assegnisti di ricerca, dottorandi e titolari di borse di studio.

Per questo, Flc e ADI hanno promosso una petizione online per estendere il riconoscimento dell’indennità a queste forme contrattuali.

Ringrazio il Segretario Nazionale ADI, Antonio Bonatesta e Alessio Rotisciani, addetto stampa ADI, per l’estrema cortesia e disponibilità dimostrate.