L’amico e collega Alessandro Gilioli ha proposto una sua analisi che spiega in cosa Matteo Renzi è diverso dalla Sinistra classica italiana. Chiamiamola per comodità “di tradizione marxista” anche se l’etichetta è largamente imprecisa, perché almeno dai tempi della fondazione del PDS dovremmo dire anche “post-marxista”, ma almeno ci capiamo subito.

Poiché non sono molto d’accordo con le sue riflessioni, sempre comunque molto stimolanti e utili, ho pensato di scrivere una mia spiegazione. Matteo Renzi è senza dubbio un animale differente del panorama politico di centrosinistra, ma non esattamente nuovo.

Renzi è un giovane leader che avesse avuto 40 anni nel 1989 si sarebbe iscritto alla Dc, corrente di sinistra, e avrebbe cercato di governare con il Psi e con il Pci allo stesso tempo, o per lo meno con il Psi. Siccome i tempi sono cambiati e queste ideologie partitiche non esistono più, Renzi è finito con il conquistare democraticamente e dall’interno il Pd.

Ha portato due principii “non di sinistra marxista” alla guida del Pd. Anzitutto, quello della meritocrazia: ciò che molti a Sinistra chiamano “diritto al lavoro” è declinato non come un diritto calato dallo Stato su tutti alla stessa maniera, anche a prescindere dalle situazioni di partenza, ma come un’opportunità che ti può toccare a seconda dei tuoi meriti e talenti, a quanto ti aggiorni, a quanto dimostri passione per ciò che fai, non certo in base alla prima data di assunzione del tuo primo contratto “a vita”, che è come molti interpretavano e interpretano il significato di “contratto a tempo indeterminato”, concetto assai diverso. Questo principio, riassumibile in “meritocrazia vs anzianità” è per una parte della sinistra classica pari a una bestemmia, lo è sempre stato ed è uno dei fattori che ha portato milioni di italiani progressisti e laici ad allontanarsi dalla Sinistra classica stessa, sin dai tempi del Partito d’Azione e poi del Psi e del Pri. Per molti altri, però, è la condizione per votare Renzi.

L’altro principio “non marxista” portato da Renzi è il credere in modo olistico nel premierato (non nel presidenzialismo) e dunque nel fatto che una persona possa essere capo (o premier, o preside di scuola, o manager) unendo alla prima fase di ascolto–quella che mancava nella filosofia aziendalista di Berlusconi–una seconda fase di decisione, anche assumendosi la responsabilità di decidere di andare controcorrente, poiché si preferisce seguire il proprio intuito personale. Questo pure è un principio filosofico che fa venire l’orticaria a certa sinistra, che pure ai tempi di Stalin aveva addirittura il culto della personalità del capo.

Nella Sinistra marxista e soprattutto in quella post-marxista si è perduto sia il culto della personalità, per fortuna, ma anche l’idea che un capo possa avere ragione quando decide di fare qualcosa contro a ciò che i corpi intermedi suggeriscono. Ecco che i professori di scuola, a sentire che il loro preside potrebbe essere non più uno spaventapasseri ma qualcosa di appena un po’ più serio, si terrorizzano, perché di base non hanno alcuna fiducia nei loro superiori, odiano essere valutati, supervisionati, guidati verso l’aggiornamento e così via. L’idea, poi, che ogni tre anni gli capiti una sorta di valutazione del loro operato e un possibile posizionamento in stand-by per trovarsi poi un’altra scuola (che non è uguale al licenziamento in tronco) sembra a molti professori del tutto inaccettabile, perché oggi possono andare a lavorare senza aggiornarsi, non sapendo alle volte spedire una email, magari mettendosi in malattia spesso per fare un ponte in più, nei casi estremi perfino delinquere, ed essere comunque inamovibili dalla loro cattedra in quella data scuola. Normale che molti professori vedano in questa riforma l’inferno in terra e se ne freghino del bonus da 500 euro annui, dei 150mila precari assunti in due anni, dei miliardi di euro versati (e non tagliati, come la Gelmini fece) dal bilancio del Miur, della maggiore autonomia degli istituti e degli studenti, del potenziamento della cultura “umanistica” si Renzi licet.

Tutto qui. E’ necessario per questo fondare un nuovo partito di Sinistra classica che combatta contro meritocrazia e concezione olistica del premierato? Lo decidano coloro che sono interessati a quelle sirene. Ma non credo che, una volta fatto il partito e preso voti (dallo zero virgola al 15% per tenersi taaaaanto larghi) si possa poi governare col Pd di Renzi in alleanza: se le distanze sono tali da fare una scissione su questi due principii, dovrebbero essere tali anche da impedire un’alleanza successiva.