La notizia è appena rimbalzata dal Tribunale di Milano. Il Presidente del Tribunale delle imprese ha detto no a Uber che, lo scorso venerdì, nell’impugnare il provvedimento con il quale il Tribunale di Milano le ha ordinato lo stop del servizio Uber Pop, aveva chiesto, nelle more della nuova decisione, di sospendere l’efficacia dell’ordine di inibitoria.

Nelle prossime ore, quindi, gli utenti di Uber Pop che hanno scelto di utilizzare la popolare app per condividere la propria autovettura con altri utenti e consumatori dovranno spegnere i motori e, soprattutto, Uber dovrà spegnere – almeno momentaneamente – la sezione della propria app dedicata al servizio Pop.

Utenti e consumatori – inclusi i tanti visitatori dell’Expo che, magari, nei loro Paesi, sono abituati ad utilizzare Uber Pop – dovranno farne a meno, almeno fino al 2 luglio quando, il Tribunale di Milano dovrà pronunciarsi ancora una volta sulla vicenda, accogliendo o respingendo il reclamo proposto da Uber e, ora, supportato anche da Altroconsumo – l’associazione di consumatori che conta oltre 370 mila iscritti nel nostro Paese – e che lunedì scorso è intervenuta nel giudizio, schierandosi dalla parte di Uber.

A navigare a ritroso nel calendario delle ultime settimane sembra di assistere ad una partita di ping pong: dapprima lo stop che il Tribunale di Milano ha imposto a Uber, poi la segnalazione dell’Autorità di regolazione dei trasporti a Parlamento e Governo e, ora, il rigetto della domanda di ‘stoppare’, lo stop ed il rinvio al prossimo 2 luglio per una nuova decisione.

Una ‘partita’ nella quale si fa fatica ad identificare vincitori e vinti ma si ha la puntuale, innegabile sensazione che le regole del gioco siano inadeguate a consentire agli arbitri – Giudici e Autorità indipendente di settore sin qui – di arbitrare l’incontro in modo corretto ed efficace.

Ed è una sensazione che non sorprende se ci si ferma, solo un attimo, a riflettere che le regole in questione sono, essenzialmente, regole datate 1992 quando la sharing economy – l’economia della condivisione – non esisteva essenzialmente perché Internet non era il mezzo di comunicazione di massa che è oggi e non poteva essere utilizzato per creare community da milioni di utenti interessati a condividere ogni genere di bene e servizio.

Nessuno dubitava, all’epoca, che il proprietario di una macchina potesse dare un passaggio e, eventualmente, anche farsi riconoscere un qualche compenso in modo da provare ad abbattere le spese di viaggio o i costi fissi di gestione dell’automobile ma, ieri – prima di Uber e delle altre app come Uber – questo non impensieriva i tassisti per un fatto, essenzialmente, quantitativo legato alle marginali dimensioni del fenomeno.

Oggi è tutto cambiato, tranne, purtroppo, le regole.

E se le regole non cambieranno in fretta è facile prevedere che di partite di ping pong come quella tra Uber ed i tassisti ce ne saranno ancora tante, in molti settori, lontani e diversi rispetto a quello dei trasporti e saranno tutte partite senza né vinti, né vincitori in cui l’incertezza del diritto e le decisioni ondivaghe – e, magari, tutte egualmente giuste – di giudici ed Authority finiranno solo con l’allontanare l’affermazione di nuovi modelli di condivisione delle risorse e, talvolta, di business che è innegabile, se opportunamente governati, siano produttivi di straordinari benefici per il sistema Paese.

Si può discutere, naturalmente – come propone la stessa Authority di regolazione dei trasporti – dell’opportunità di introdurre un limite massimo alle ore di passaggi che il proprietario di una macchina privata può dare ma non si può discutere del fatto che l’esistenza di un’alternativa come Uber Pop – e, naturalmente, tutte le altre analoghe app in circolazione – siano un bene per gli utenti ed i consumatori e per il mercato nel suo complesso perché offrono ai primi la possibilità di abbattere i costi fissi di possesso di un bene come l’autovettura e di risparmiare sui trasporti ed impongono al secondo più concorrenza di quanta ce ne sia stata sin qui.

E’ ovvio, peraltro – ed è la ragione principale per la quale un intervento normativo sarebbe quanto mai prezioso – che una rivoluzione come questa deve avvenire senza diminuire le garanzie di utenti e consumatori in termini di sicurezza e trasparenza delle condizioni commerciali.

A questo punto è auspicabile che consumatori e Uber – ma più in generale società della sharing economy ed associazioni di utenti ragionino tra di loro per identificare soluzioni – anche di autoregolamentazione – per colmare le lacune normative esistenti ma, soprattutto, che il governo intervenga, chiarendo termini e condizioni nel rispetto dei quali la sharing economy può davvero rappresentare solo una straordinaria occasione di crescita per il Paese senza comportare sacrifici eccessivi per i protagonisti nel mercato di una volta e, soprattutto per i consumatori.

I fatti sono fatti e son quelli che ho raccontato sin qui, le opinioni – giuste o sbagliate che siano – son le mie e son le stesse che avevo qualche mese fa ma, oggi professionalmente assisto, in questa partita, Altroconsumo e, dunque, mi pare giusto segnalarlo ai lettori.