Vito minatoreVito Sabia, 58 anni, è in Belgio dal 1967. Dalla provincia di Potenza, la sua famiglia si è stabilita nel Limburgo, regione fiamminga al confine con l’Olanda, zona di miniere, dove Vito ha lavorato fino ai primi anni ‘90. Il 14 maggio scorso si è visto notificare un mandato di espulsione entro 30 giorni. È “troppo povero” e potrebbe diventare un peso a carico del sistema di sicurezza sociale belga. Così hanno deciso le autorità dell’ufficio immigrazione dalla capitale Bruxelles. Salvo poi ammettere candidamente di essersi “sbagliati”.

La strana storia di questo italiano non gradito si intreccia con le sue complesse dinamiche familiari. Con la pensione di circa 1600 euro netti, Vito ha dovuto pagare gli alimenti ai 5 figli nati dalla prima moglie. Nel 2009 si risposa con Andrea, una donna rumena da cui avrà un’altra figlia, e decide di stabilirsi in Romania con lei. “Ad agosto 2014 ricevo un foglio dell’ufficio pensioni belga che mi notifica come mi sarebbe stata tolta la pensione”.

Infatti i figli della prima moglie, benché ormai maggiorenni, si sono rivolti al giudice di pace belga per chiedere aiuto economico al padre. “Così ho preso la macchina e sono rientrato a Genk (la città del Limburgo vicino a cui Vito vive ndr) per risolvere la situazione”. Fino a novembre rimane senza un soldo, “aiutato solo dagli amici”, assicura, “poi hanno deciso che mi avrebbero tolto circa 500 euro”.

Oggi la sua pensione non arriva ai 1100. “Troppo povero per non essere un peso per il welfare? Ma come, se hanno deciso che posso pagarmi l’avvocato privato?”, protesta. L’ex minatore si è fatto sentire e la sua storia è arrivata all’attenzione di quotidiani e televisioni delle Fiandre. “Le autorità belghe hanno ammesso essersi trattato di un errore”, ha infine spiegato l’ambasciatore italiano a Bruxelles Alfredo Bastianelli. In sostanza hanno considerato Sabia un “nuovo residente” dopo gli anni in Romania, costretto quindi a dover dimostrare le sue fonti di reddito per poter restare nel Paese.

Vito dice di non aver mai ricevuto una parola di scuse. “Casi come il suo ce ne sono tanti, negli ultimi anni è capitato a oltre 7000 cittadini dell’Unione europea, 1040 solo l’anno scorso, di cui più di 400 italiani”.

Lara Ciabattoni è attivista de La Comune del Belgio associazione con sede a Bruxelles che fa parte della piattaforma anti-espulsioni EU for People. “Succede a chi magari ha perso il lavoro, o chi lo cerca per più di tre mesi e si ritrova momentaneamente senza reddito”. Così si esce dalla protezione sociale e si diventa di fatto sans-papiers cittadini di serie B senza diritti, nonostante si tratti di europei.

Aveva fatto discutere il caso di Silvia Guerra, artista bolognese espulsa dal Belgio nel 2013. Lara cita anche un paio di casi attuali, quello di un filmaker italiano che vive a Bruxelles con moglie e due bambini, quello di Giorgia, una ragazza residente ad Anversa, entrambi minacciati di espulsione. Perché accade tutto questo? “Il Belgio non fa che interpretare restrittivamente una normativa europea. Poi nessuno ti accompagna realmente alla frontiera, è vero. Ma diventare invisibili da un giorno all’altro non è piacevole”, osserva Lara. “E il clima politico che si respira certo non aiuta”.

Da parte sua, Vito non si arrende e giura che andrà fino in fondo: “Così come hanno fatto oggi con me, possono fare con altri, italiani o europei. Ma io da qui non mi sposto. Neppure con le cannonate”.

il Fatto Quotidiano, 9 giugno 2015