Immaginate di essere una famiglia di Asmara, la capitale dell’Eritrea, che ha messo da parte 10mila euro per far partire con un barcone il figlio di 20 anni. È passato tempo dall’ultima volta che lo avete sentito e oramai temete che sia disperso, o annegato. Magari è successo in Italia. Difficile che lo veniate a sapere: solo il 35% dei pochissimi cadaveri recuperati dal mare, infatti, diventa un nome e cognome. Gli altri sono solo numeri. Anche nel caso in cui il vostro parente sia riconosciuto, non sempre il Ministero dell’Interno italiano adempie all’obbligo di pagare i funerali e le spese, almeno per la parte italiana, della spedizione della salma. Così capita che i circa 2mila euro di trasporto aereo (4mila per l’Albania) tocchi al Comune o all’agenzia di pompe funebri sborsarli, a fondo perduto. In altri casi delle associazioni di compatrioti raccolgono collette per pagare le spese, oppure qualche Caritas“Sono morti non numerini, ma persone”, dichiarava il premier il 19 aprile, dopo il naufragio al largo della Libia. “Faremo la nostra parte per dare una degna sepoltura a chi ha perso la vita”.

Ecco ciò che capita quasi quotidianamente nel Mediterraneo. Il paradosso dopo la tragedia che inghiotte i migranti in mare. E senza dati precisi sugli annegati qualunque politica per gestire l’immigrazione (soprattuto se finalizzata a ridurre le morti) sarà miope. A scoprire tutto questo è stata una squadra di ricercatori della Vrije Universiteit (VU) di Amsterdam ha messo insieme i registri funebri di Grecia, Spagna, Italia, Malta e Gibilterra per chiedere al Consiglio d’Europa di costituire un Osservatorio Europeo sulla morte dei migranti. Il progetto si chiama Human Costs of Boarder control ed è on line. I due referenti sono i professori Tamara Land e Thomas Spijkerboer. Secondo i dati nascosti in oltre 500 registri funebri sparsi nei paesi d’approdo dei migranti, dal 1990 al 2013 sono stati 3.188 i cadaveri recuperati, di cui il 65% mai riconosciuto.

Eppure basterebbero poche decine di euro per effettuare un test del Dna su tutti i cadaveri. Questo permetterebbe ai parenti che stanno in Europa (quasi tutti i migranti ne hanno) di venire nel Paese in cui è sepolto il naufragato per effettuare un riconoscimento. In alcuni Paesi questo prelievo è obbligatorio, spiega il ricercatore della VU Paolo Cuttita, referente per l’Italia del gruppo di ricerca che ha realizzato la banca dati: “In Italia le autorità locali non hanno delle linee guida specifiche, e questo è il problema principale. Per questo non si curano di fare cose che pure sarebbe possibile fare: conservare le schede sim dei telefonini; conservare altri effetti personali; fare fotografie dei cadaveri, comprese in particolare le parti che recano cicatrici, tatuaggi e altri elementi riconoscibili; collaborare con la Croce Rossa e con altre organizzazioni, anche della società civile, che si occupano del problema dell’identificazione dei migranti morti”. Un osservatorio potrebbe indicare delle linee guida e rendere finalmente standard il riconoscimento dei corpi.

Fino alla metà degli anni Novanta le morti avvenivano lontane dalle coste italiane. “Si voltava la faccia dall’altra parte per evitare di doversi assumere responsabilità politiche”, commenta Cuttita. Poi ci fu il 26 dicembre 1996: la strage dello Yohan. Solo il manifesto diede notizia dei 283 annegati in mare. Poi, anni dopo, l’allora inviato di Repubblica Giovanni Maria Bellu fece un’inchiesta che portò a scoprire il relitto della nave, dimostrando che il fatto era realmente accaduto. Quella storia è raccontata nel bellissimo libro I fantasmi di Portopalo. Da allora si è preso coscienza che il Mediterraneo è una fossa comune. Secondo Amnesty International, le morti dall’inizio del 2015 dovrebbero essere almeno 1.800. “Il problema – commenta Cuttitta – è che le risposte che vengono date dall’Europa sono sempre elaborate partendo dal presupposto che colpendo i trafficanti si possa impedire la partenza delle persone. Questo presupposto è già in sé sbagliato, come dimostra il fatto che dopo venticinque anni di simili politiche gli arrivi di migranti – vivi e morti – aumentano, piuttosto che diminuire”. Una stroncatura netta dell’agenda dell’Ue votata a Junker il 13 maggio.

Giorgia Mirto si è girata i camposanti siciliani, pugliesi e calabresi per cercare di dare un nome e un volto ai morti del Mediterraneo. Al cimitero di Piano Gatta, ad Agrigento, dove sono sepolte 80 vittime senza nome del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013, ha visto anziane di paese “andare ogni giorno alla fossa comune per accendere un cero o per abbellire la sepoltura”. A Palermo, la comunità tunisina si autotassa per poter sostenere le spese di spedizione delle salme a casa. Ovvio, purché ci sia riconoscimento: “Peccato che a volte mi sia capitato di sentire da diverse Prefetture che non era possibile effettuare test del Dna per i riconoscimenti, nonostante la pratica sia diffusa”, sottolinea. In particolare per i migranti subsahariani (il 23% dei cadaveri registrati dal progetto, seguiti dai Nordafricani al 17%), il riconoscimento è un’impresa, nonostante gli sforzi.

Dopo la tragedia di aprile costata la vita a circa 700 profughi, la Croce rossa italiana ha aperto un numero verde disponibile per i parenti delle vittime del naufragio che volevano avere notizie. L’iniziativa rientra in un piano più ampio della Croce rossa internazionale (Icrc) che si chiama Restoring family links (Ricostruzione dei legami familiari). I parenti si possono collegare al sito www.familylinks.icrc.org, un almanacco dei superstiti che stanno nei centri d’accoglienza più importanti del mondo. I contatti unici giornalieri dal 2012 sono stabili sui 900mila, con picchi da un milione ad esempio con le catastrofi naturali.

Sono tantissimi i lieti fine scritti grazie a questo sito che mette in comunicazione Icrc con i presidi nazionali di Croce rossa e Mezzaluna rossa. Come una mamma in Afghanistan, che spulciando tra le foto del sito ha riconosciuto il figlio che non vedeva da otto anni, raccontano dall’ufficio stampa. Si è messa in contatto con la Croce rossa, che è risalita fino alla sezione belga dove si trovava il ragazzo. A testimonianza che gli strumenti ci sarebbero anche.

(Grafici di Elisa Murgese)